Sul ring delle riforme primo ko per Veltroni

Il primo round se lo sono aggiudicato Prodi e i cespugli: la bozza Bianco, contestatissima base di partenza per la legge elettorale che piace a Veltroni e a Berlusconi resterà congelata.
Il leader del Pd avrebbe voluto incassare il sì della Commissione del Senato in questa settimana, in modo che il testo approdasse in aula e che al vertice di maggioranza convocato da Prodi per il 10 gennaio ci si trovasse davanti ad un fatto compiuto. Ma da Palazzo Chigi e dai partitini dell’Unione è partito un tale fuoco di sbarramento che si è dovuto arrendere, sia pur a denti stretti. Niente voti, Veltroni si acconcia ad aspettare il vertice per evitare uno scontro aperto con il premier, convinto che quella legge elettorale sia una bomba ad orologeria sotto il suo governo. Ma la tensione rimane, e lo si è visto ieri quando, seduti fianco a fianco alla presentazione di un libro, Prodi e Veltroni hanno sostenuto l’uno l’opposto dell’altro: la legge elettorale non dovrà «calpestare le forze minori», dice il premier tra gli applausi di Mastella, Verdi, Sdi ecc. «Basta atteggiamenti infantili dei partiti piccoli, siamo l’unico Paese con 12 partiti al governo e 24 in Parlamento», denuncia il sindaco. Che non ha intenzione di mollare, e lancia un avvertimento: se non gli faranno fare la legge «proporzionale ma bipolare» che vuole, si andrà al referendum. E, dopo, il Pd è pronto a «rompere il sistema dei vincoli» e a «correre da solo» alle prossime elezioni, scaricando gli alleati. Con un appello a Berlusconi perché faccia altrettanto. Anche se il forte timore che Pd e Fi condividono in queste ore è che la Consulta ceda alle fortissime pressioni di cui è oggetto, e dichiari inammissibile il quesito. Affossando ogni idea di riforma elettorale.