Sul ritiro crepe nel governo Parisi: ma restiamo a Kabul

da Roma

Proprio mentre la coalizione mette a segno l’eliminazione del numero uno di Al Qaida in Irak il governo Prodi annuncia il ritiro delle truppe italiane.
«La morte di Zarqawi è un grande contributo alla lotta al terrorismo». Il ministro della Difesa Arturo Parisi riconosce l’importanza dell’azione «della coalizione che contribuisce certamente in maniera assai significativa alla lotta contro il terrorismo internazionale». Allo stesso tempo però conferma il ritiro dall’Irak delle truppe italiane «nel rispetto del mandato degli elettori». Il ministro promette che l’Italia non volterà le spalle all’Irak e continuerà a contribuire «alla costruzione democratica del Paese, sia pure con altri mezzi». Parisi invece conferma che l’Italia resterà in Afghanistan «in continuità con gli impegni passati».
Sui tempi e le modalità del ritiro dall’Irak nulla però è stato definito e la maggioranza su questo fronte mostra parecchie crepe. C’è chi mette fretta come Oliviero Diliberto. Al segretario dei Comunisti italiani l’annuncio di Massimo D’Alema non basta. «Ho sottoscritto un programma di governo dove c’era scritto ritiro immediato delle truppe. Così rischiamo di ritirarci più tardi di quanto avrebbe fatto Berlusconi - dice Diliberto -. Pibiri era cagliaritano come me: vogliamo avere altre tragedie? Lo chiedo anche al mio governo, cosa stiamo aspettando?». Mentre l’eliminazione di Al Zarqawi dovrebbe contribuire al processo di stabilità in Irak, il ritiro delle truppe potrebbe al contrario rendere ancora più complessa la situazione. Ma per Diliberto «peggio di così è difficile».
Per il ministro per il Commercio internazionale e per le Politiche europee, Emma Bonino, invece non si possono affrettare i tempi perché la strada giusta per effettuare il ritiro dall’Irak è quella che passa attraverso un negoziato con il governo iracheno e i partner impegnati nella missione nel Paese arabo. «Credo che il punto sia sempre stato quello di fissare il ritiro in maniera negoziata con le autorità irachene e con i partner», dice la Bonino.
Ma, nonostante le rassicurazioni di Parisi, anche per la missione in Afghanistan le cose si complicano: la sinistra radicale, infatti, chiede a gran voce il ritiro da Kabul. Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, dice che «bisogna ripensare la missione». Il verde Paolo Cento gli fa eco: «Prima del voto sul rifinanziamento, serve un confronto nella coalizione». E il capogruppo del Prc alla Camera, Gennaro Migliore, sentenzia: «L’Afghanistan non è stato inserito nel programma dell’Unione perché noi non siamo d’accordo».
La Casa delle Libertà guarda con preoccupazione all’azione del governo Prodi. Per Francesco Bosi, capogruppo Udc in Commissione Difesa alla Camera, «gli annunci del ritiro entro l’anno da parte di Prodi e D'Alema sono strumentali per tenere unita la coalizione di governo, ma in realtà non tengono conto né dell'interesse dell'Italia, né delle esigenze del popolo iracheno e tantomeno della lotta al terrorismo internazionale».
Anche per Alfredo Mantovano «l’eliminazione di Al Zarqawi conferma quanto sia importante la missione di pace e la lotta al terrorismo». L’ex sottosegretario all’Interno sottolinea che «questo successo è anche italiano, in virtù di quella collaborazione stretta che finora c’è stata nella lotta al terrorismo in tutto il mondo e anche in Irak». Secondo Mantovano «sarebbe un peccato se tutto ciò venisse incrinato in nome di ossequi ideologici che devono restare estranei alla lotta al terrorismo e che non possono minimamente condizionare un abbassamento della guardia su questo fronte».
Antonio Leone, vicepresidente vicario del Gruppo di Forza Italia alla Camera, sottolinea invece come Prodi «resti in rigoroso e sospetto silenzio su quello che può essere definito come uno dei risultati più pesanti raggiunti dalla coalizione nella lotta al terrorismo e una vittoria dell’opera di stabilizzazione dell’Irak». Per Leone «questa singolare combinazione di situazioni dovrebbe suscitare almeno un po’ di vergogna in un governo che ha deciso di fuggire da un Paese in grande ed evidente difficoltà soltanto per sanare le spaccature politiche dell'Unione».