Sul set del nuovo Tornatore «Vi racconto la mia Bagheria»

da Tunisi

Soffia il mistral del Maghreb e i trucioli di legno mulinano con polvere e sabbia. In un capannone degli studi tunisini di El Anabibe, dove maestranze locali lavorano a un sogno antico di Giuseppe Tornatore nel silenzio febbrile dei falegnami si tagliano assi di legno, s’incidono portali di cartongesso, le pennellesse incollano strato su strato. A terra, allineati feticci del tempo, riposano i calchi dei veri edifici della città natale del regista de La Sconosciuta (candidato all’Oscar), quella Bagheria dove, tra antenne e traffico, Tornatore non poteva tirar fuori dal magazzino della propria memoria una quinta dopo l’altra. A Ben Arous, invece, dal nulla è nato un set, che è una scena mentale viva, affollata d’un trovarobato d’autore, allestito per un kolossal rievocativo, fitto dei più bei nomi del cinema italiano: da Monica Bellucci a Laura Chiatti, da Luigi Lo Cascio a Leo Gullotta, a Giorgio Faletti, tutti dipingono un affresco siciliano ad alto impatto emotivo. Già il titolo, Baaria. La porta del vento, nell’evocazione del nome fenicio di Bagheria, dov’è nato Peppuccio, guarda indietro. Al Cinema Teatro Nazionale, con le crepe nei muri, al baracchino delle limonate, a pianta ottagonale; alle casette color lavanda, slavate dal sole, ai dolcetti di marzapane bianco d pistacchio verde, dietro alle vetrine opache del «Bar Cuffaro», e ancora ai due corsi principali, tappezzati di manifesti elettorali. Falce e martello, su sfondo rosso («Vota Pci»), una fiamma tricolore per l’Msi, uno scudo crociato chiama alla Dc.
Siamo catapultati negli anni Cinquanta e l’Italia, da questo spicchio di mondo ricostruito, non evoca altro: la politica. «La storia mi aiuta a dire e a non dire: è la mia cifra», sorride Tornatore, a tre quarti delle riprese del film di Natale della Medusa (con la colonna sonora di Ennio Morricone, anche le ciaramelle di Gianni Petrilli), che lui avrebbe voluto girare a sessant’anni. «È una commedia dalla vena comico-ironica e vorrei farne un film divertente e malinconico, dentro una cornice da commedia all’italiana. Farà ridere e riflettere, su temi del passato, non necessariamente ameni», spiega lui, che adesso, con in mano un giocattolone da venti milioni di euro (coproduzione italo-franco-tunisina di Medusa e della Quinta di Tarak Ben Ammar, con Empire) torna bambino e racconta la sua verità. «Tutti credevano nella politica, quand’ero piccolo e, facendo le “vasche”, su e giù per il corso, incontravo l’assessore o il sindaco, con i loro tic. C’è stata un’epoca, in cui la politica era più umana ed io ho fatto in tempo a conoscerla. La mia, però, non sarà un’operazione nostalgia, sebbene sia il mio film più personale: racconterò anche la stagione d’oro delle sale cinematografiche e i miei personaggi, attraverso i sentimenti, passando per un lungo arco storico. Mi sembrava curioso rendere la mia esperienza tattile, visiva e uditiva d’un mondo perduto». È l’ora della sua grande vendemmia, insomma, e Peppuccio, mentre rimane abbottonato, siede accanto ai suoi giovani protagonisti: il bagherese Francesco Scianna, zigomi alti e sguardo fenicio, sensuale e malinconico, che sarà il protagonista assoluto Peppino, sindacalista e vaccaro, fin da giovane militante nell’allora Partito Comunista e sua moglie Mannina, l’originaria di Pachino Margareth Madè («Mia madre m’ha chiamato così, dopo aver sognato una bimba di nome Margareth», racconta la modella dagli occhi acquamarina). La storia parte dagli anni Dieci e arriva ai Settanta, seguendo l’evoluzione della famiglia siciliana dei Torrenova per tre generazioni. «La struttura del film è complessa: c’è un coro di personaggi, dove ogni singolo componente ruba la scena, per poi tornare nel coro. La mia vicenda personale, fatta di evocazione e fantasia, non sfocia nell’autobiografico: guardo a Una vita difficile di Risi. Elaboro, poi, anche le musiche insieme agli autori, perché già so quale musica dovrà avere il mio film». Intanto, è urgente ricordare: si gira la scena della processione di San Giuseppe. Il sindaco porta la fascia, la riffa delle bambole è pronta, lo scemo del paese pure e da Bagheria è appena arrivata la banda, insieme a venti uomini, che porteranno il santo a spalla. Come Peppuccio comanda.