Ma sul Sismi serve chiarezza

Pietro Mancini

Giuliano Amato, il «Dottor sottile» della politica italiana, ha rilasciato una lunga intervista a Repubblica, per lanciare un grido d’allarme, in linea di principio giusto e condivisibile. I giornali, ha sostenuto il numero uno del Viminale, non possono continuare a sbattere presunti «mostri» in prima pagina, abituando il Paese a un clima di illegalità e di abusi provocato in primo luogo dagli abusi in materia di intercettazioni telefoniche. «Soltanto con la legalità - ha proclamato Amato - si difende la democrazia. I magistrati devono avvertire l’onere del vulnus inflitto alle persone coinvolte e sarebbe inutile afferrare il problema per la coda, punendo i giornalisti, che sono l’ultimo anello».
Pure un esponente di primo piano del governo, che sovrintende a un settore delicatissimo, come quello della sicurezza del Paese, ha il diritto di indignarsi e di denunciare, sulla stampa, un clima negativo, che sembra modellarsi, purtroppo, sull’illegalità. E, alla luce dell’inchiesta sul sequestro dell’Imam Abu Omar e del «caso Betulla», Amato non ha torto quando sostiene che il nostro Paese «ha bisogno di giornalisti, che raccontino la realtà, e non di giornalisti che vengono pagati per crearla». Così come altrettanto ineccepibile appare la richiesta dell’ex premier craxiano di poter contare su «agenti segreti che, protetti da garanzie funzionali, si possano muovere ai margini dell’illegalità, nell’interesse pubblico, e non per compiere delle nefandezze».
Ma il ministro dell’Interno può limitarsi a generiche e astratte enunciazioni, auspicando trasparenza e correttezza, come se fosse un osservatore o un semplice cittadino, scandalizzato dalla «guerra» tra i servizi di intelligence e le procure e dalla diffusione sui giornali dei verbali con gli interrogatori degli imputati e con le telefonate degli indagati? Oppure un membro autorevole del governo ha il dovere, pur nel legittimo rispetto degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria avviata dalla procura di Milano, di assumere delle decisioni politiche? Il generale Nicolò Pollari, che Amato neppure nomina nella sua lunga esternazione, ha la fiducia dell’attuale esecutivo e della maggioranza e continuerà a guidare il Sismi, oppure viene ritenuto oggettivamente corresponsabile dei comportamenti e dei reati, attribuiti dai magistrati ad alcuni suoi collaboratori, e quindi sarà sostituito, come chiedono alcuni settori della maggioranza e lo stesso giornale, al quale il ministro ha concesso l’intervista? Non è pericoloso lasciare nell’incertezza il vertice e i dipendenti del servizio e, di conseguenza, causare la delegittimazione del Sismi, che invece ha la necessità di continuare a lavorare e a collaborare con le analoghe strutture dei Paesi, amici e alleati dell’Italia? O peggio, scatenare una competition tra Quercia e Margherita sugli incarichi più prestigiosi e ambiti dei servizi e della Polizia?
E qual è la linea del titolare del Viminale e del governo Prodi sulla riforma dei servizi di sicurezza? Disco verde al progetto, che era stato sostenuto dall’ex ministro del governo Berlusconi, Giuseppe Pisanu, di un unico organismo, che accentri tutti i poteri, attualmente frammentati? Oppure via libera a un «super Cesis», che passi dai vecchi compiti di «orientamento» dell’attività alle funzioni di controllo e coordinamento di Sismi e Sisde, sotto la supervisione della Presidenza del Consiglio dei ministri? Quest’ultima proposta è stata elaborata dall’ex ministro degli Esteri, Franco Frattini, che di recente ne ha parlato proprio con Amato. In tale testo, si prevede che il comitato interparlamentare controlli come gli «007» utilizzano i fondi e che il premier possa concedere, in caso di richieste dei servizi di procedere a operazioni non legali, un’autorizzazione segreta, dopo aver sentito il parere di un comitato di saggi di altissimo livello. E, nel progetto di Frattini, è stato inserito un articolo, che prevede che in nessun caso vengano autorizzati atti che colpiscano la vita, l’integrità fisica o la libertà personale: secondo tali norme, insomma, Abu Omar non avrebbe potuto essere «prelevato» dalle «barbe finte» nostrane o made in Usa.
Su tali nodi essenziali, quali sono le intenzioni di Prodi e Amato? Sono compatibili con quelle dell’opposizione? Una convergenza sarebbe oltremodo auspicabile, perché dotare il Paese degli strumenti più moderni e utili per rispondere, adeguatamente, alle minacce del terrorismo è un compito che non può interessare solo una parte politica. Lo si è compreso anche in Europa: per iniziativa del vice presidente della Commissione europea Frattini, da un anno e a pieno ritmo funziona, a Bruxelles, un centro di coordinamento dei servizi segreti di tutti i 25 Paesi membri, dove ci si scambiano analisi e informazioni non classificate. Al di là dei vaghi appelli e delle rituali omelie, occorre auspicare che, nella composita e sinora quasi mai coesa galassia prodiana, non si scateni una sterile lite analoga a quella esplosa sulla missione italiana in Afghanistan, opportunamente deplorata da Napolitano. Sarebbe, invece, significativo e apprezzabile che, sul nodo dei servizi e della difesa dei cittadini dalle insidie del terrorismo, terreno in cui sono in gioco interessi generali, la rissa, i vuoti proclami e la demagogia lascino spazio a un proficuo dialogo bipartisan e a decisioni concrete, in tempi ragionevolmente brevi.