sul Tevere: Parlamento in epigrammi

Viaggio attraverso 52 ritratti «postumi» di politici veri e immaginari scolpiti su irriverenti lapidi

Laggiù nell’Illinois, in riva a un fiume, riposano i rissosi abitanti di un animato villaggio che fu; quaggiù nel Lazio invece non riposa nessuno. Roma non è come Spoon River e Montecitorio non è un cimitero di provincia, nemmeno per la satira. E se, come dice l’indimenticato attore George Burns, «è un vero peccato che tutte le persone che sanno come far funzionare un Paese siano occupate a guidare taxi o tagliare capelli» la vera sintesi del perfetto parlamentare made in Italy è forse scritta sulla lapide di Whedon, mitico direttore del giornale di Spoon River: «Dar ragione a tutti, essere tutto, non essere nulla a lungo; pervertire la verità, strumentalizzarla, sfruttare i grandi sentimenti e le passioni della famiglia umana per bassi scopi, per fini astuti».
E così può accadere che Spoon River si trasformi in Spoon Tever, da ridente paesino della terra di Obama diventi un sardonico e fantomatico scultore di epigrammi e ne scolpisca quanti bastano a ritrarre Montecitorio, che in fin dei conti in riva a un river ci sta davvero. Ma qui, al contrario degli States, non tutti i ritratti sono lo specchio di personaggi noti; nel libello ironico «A volte ritornano sempre» (Baldini & Castoldi, pp. 111, euro 9,90) appaiono molti figuranti che ritraggono tipologie più che volti in carne ed ossa. Come il vecchio dc Doroteo Balzieri, uno per tutti, abituato a barcamenarsi: «Pacco dopo pacco e voti e scambi, m’imposi nella terra di nessuno, eroe tra i più acclamati in percentuale, del grande serbatoio Sicilia 1». Scrupoloso, tenne il banco in ordine, rispose agli appelli, votò controvoglia, strinse mani, consapevole che «a Roma ci stavo per servire». Per poi tornare «nella mia terra un po' perplesso: in aula non discussi proprio niente».
Tra le pieghe di questo parlamentino di carta spicca l’innamorata del Capo, cucita addosso ai panni di Livia Turco che idealizzò D'Alema: «Nessuno seppe mai che ero lì per lui e che mai l’avrei lasciato. Nessuno seppe mai che mai capii quel che leggevo. Mai». O l’avvelenato perenne, domator di dissidenti, dalla facile querela. È un politico navigato col pallino della carta bollata: «Querelai le amicizie scomode, querelai giornalisti e avversari politici, querelai chi fosse ostile e sconveniente. Querelai tanto che alla fine, esausto, persi il conto delle cause e degli affetti». Riconoscervi il lider Maximo dei Ds è un attimo, ma l’Edgar Lee Masters della Bassa Padana giura di aver pensato anche a Rutelli, come a Mastella. Insomma all’incazzato cronico.
Camillo Rudo è il finto tecnocrate che arriva con mille ricette, ma la legislatura finisce prima che i suoi rimedi facciano effetto: «Rifiutai di portare il rifiuto ultimo a chi si occupava professionalmente di rifiuti. Rifiutai di accettare l’idea che un rifiuto li avrebbe costretti a rifiutare il mio aiuto. Risposi sempre con un cortese rifiuto». Pecoraro? Bassolino? Perché no... In fin dei conti per un ambientalista che fallisce c’è la leghista emozionata che, tremebonda, tace: «Giovane, in silenzio e a muso duro varcai la soglia del Palazzo. Taciturna, pragmatica e corrucciata, fui inflessibile nel tenere l’ordine. Fui fortunata: scambiarono i miei lunghi silenzi per profondità». Capello corto, ora non ha più neppur quello, voce baritonale, una passione per la danza, almeno oggi che non presiede più la Camera... Tutto chiaro, vero?
C’è poi colui che dei proverbi fa la sua virtù: «Imparai l’arte, imparai a metterla da parte. Con quell’arte mi ritagliai una parte». Un altro indizio? «Organizzai, strepitai, schiaffeggiai e fui impeccabile banditore». Beh, impossibile sbagliare. Come con Cicciolina: «Raccolsi segreti e confessioni, carezzai teste e asciugai lacrime, mi feci compiangere per il mio passato di puttana, mi feci compiangere per il mio presente pornografico, poi fui io a vendere quei segreti a un giornale». O con Pannella: «Ho presentato quattromila emendamenti, altrettanti emendamenti agli emendamenti, ho fatto quaranta scioperi della fame, ho fumato ciò che era proibito e bevuto quel che non si dovrebbe». Ma la domanda che angosciava il parlamento di carta-straccia è quella rivolta ad Alberto Pede, alias Gianni Rivera: «Non bastarono quattro legislature, un ministero e dieci commissioni. Non bastarono i capelli grigi e i vestiti larghi che nascondevano le mie gambe ad arco, da calciatore. L’unica cosa che volevano sapere da me, è perché non giocai quella finale». Il balzo è a quel Mexico '70, il rebus più infinito dell’Italia repubblicana. Altro che Ustica... A proposito, i due che non avete riconosciuto sono la Pivetti e Sgarbi!