Sul Tfr industria e sindacati all’attacco

Tra i punti controversi il silenzio-assenso e le misure di compensazione per le aziende

Francesco Casaccia

da Roma

Senza l’ok delle parti sociali, la previdenza integrativa non decolla. È questo il senso di un documento che organizzazioni dei datori di lavoro e sindacati hanno inviato al ministro del Welfare, Roberto Maroni. Alla vigilia dell’incontro di domani, imprenditori, artigiani, commercianti, mondo agricolo, delle cooperative e sindacati hanno messo nero su bianco una serie di rilievi al provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso primo luglio. Per le parti sociali, non va bene l’assetto del sistema, il conferimento del Tfr e il meccanismo del silenzio-assenso, le misure di compensazioni per le imprese, la disciplina fiscale e il sistema di vigilanza.
La premessa dalla quale partono le parti sociali è che «la condivisione con le forze sociali delle scelte e del sistema di previdenza complementare che si va a configurare è essenziale per assicurare l’effettiva attuazione della riforma». Come dire che, senza il loro placet, addio previdenza integrativa. Nel documento si analizzano tutti i punti che richiedono modifiche. E così, «non è accettabile» la limitazione dei diritti di chi aderisce ai fondi in materia di anticipazioni e riscatto della posizione individuale in caso di cessazione del rapporto di lavoro. Sui criteri del silenzio-assenso per il conferimento del Tfr ai fondi, le parti chiedono maggiore chiarezza. In particolare, riguardo la possibilità di affidare alla contrattazione collettiva la decisione ultima sulla destinazione del Tfr per i lavoratori che non si pronunciano bisogna «eliminare ogni dubbio sul fatto che la decisione venga assunta mediante accordi tra datori di lavoro e sindacati». Viene, poi, ribadito che il fondo presso l’Inps sia gestito con regole identiche a quelle esistenti nella previdenza complementare di natura negoziale.
I rilievi maggiori, però, riguardano le misure di compensazione per le imprese. Ad esempio, l’innalzamento al 4% (6% per le aziende con meno di 50 dipendenti) dell’aliquota di deducibilità dal reddito d’impresa «non rappresenta una soluzione soddisfacente». Così come l’esonero dal versamento del contributo al fondo di garanzia presso l’Inps e il fondo di garanzia per facilitare l’accesso al credito delle piccole e medie imprese. Su quest’ultimo punto, infatti, «restano non definite modalità di funzionamento e l’effettiva capacità di intervento. La deducibilità dal reddito d’impresa, elevata di appena un punto percentuale rispetto a quella attuale, non ha un impatto rilevante per le aziende e presenta il vistoso limite di non trovare applicazione per le realtà produttive che non conseguano utili». È necessario, invece, che le compensazioni «siano certe e fruibili da tutte le imprese». Da modificare anche la parte che riguarda le regole di governance e trasparenza mentre le misure fiscali devono prevedere: «una revisione del regime di deducibilità dei contributi previdenziali ripristinando, oltre al tetto fisso di 5.164,57 euro, il limite in misura percentuale del reddito complessivo; l’abrogazione dell’imposta sostitutiva sui rendimenti delle forme previdenziali complementari; l’assoggettamento delle prestazioni pensionistiche complementari ad un sistema di aliquote privilegiate che tenga conto della progressività fiscale, armonizzando il quadro normativo».