Sul trono dell’Olympia per far ballare Parigi

nostro inviato a Parigi

E subito appare lui, seduto sul trono con la chitarra in braccio, lo sguardo fisso perché Dune mosse è una canzone col cuore in mano e qui davanti c’è il cuore della musica. Zucchero è all’Olympia di Parigi, nel sipario c’è un foro e spunta solo lui: così si apre il tour mondiale (all’Arena di Milano dal 7 al 9 giugno, dove grazie a Vodafone Music Zero Limits i fans lo potranno incontrare nei camerini) che avrà una durata che nemmeno un disegno di legge in Parlamento, un anno e mezzo, forse due in giro per il mondo a suonare le canzoni di Fly che sono proprio come le spiega questo piccolo palco, con quelle gigantesche canne d’organo stilizzate e altri oggetti che sanno di Mississippi, di taverne, di vecchi neri che parlano una lingua biascicata e universale fatta di sangue, amore e gloria. Il trono, una poltrona forte di legno e velluto, è il blues e Zucchero ci si siede sopra, anzi, ci si accomoda come un re perché ormai ha la sapienza e pure il fisico, che è ingrossato, la barba e il cappellaccio lo fanno imponente e i silenzi, quei silenzi imposti tra una canzone e l’altra, lo santificano davanti al pubblico. Sarà che qui all’Olympia, duemilacinquecento persone in platea, ci sono i battimani e non le ovazioni da stadio. Sarà che quando il sipario si alza scoprendo anche la band che gira intorno le luci del palco hanno i colori del sole al tramonto. Sarà che è impossibile star fermi anche se fa un caldo da Stati del Sud ma quando Zucchero finalmente si alza allora sì che si vede un bluesman come deve essere, sporco e maledetto e pure arrogante, e questa è la musica che deve suonare finché si muove. E mica bisogna essere in pensione, aver l’età di quando il blues era musica appena nata, per farsi prendere la pancia da Quanti anni ho oppure dalla discinta Bacco Perbacco o per mettersi a ballare quando la batteria rulla per Pronto e la tastiera s’accende mentre la band caracolla sciolta, scherzando persino tra un accordo e l’altro. Lì giù sulle poltroncine tutti sono coetanei anche se qualcuno ha i capelli bianchi e gli altri i piercing da liceali, e attenzione che alla fine del concerto bisogna lasciar passare per prima quella signora che se ne torna a casa col bastone e il golfino passando davanti all’Opéra. Zucchero, anche se sul palco è fermo più che mai, fa impressione quant’è cambiato: la respira, la sua musica, e basta accusarlo che scopiazza le canzoni: l’avesse pure fatto, ormai sono sue perché quanti altri girano il mondo da vent’anni con la stessa ingenua passione e la stessa permalosa mania di diventare unico anche se quando canta Il mare si muove ancora come Joe Cocker, come il maestro, allarga le braccia e insegue le note come fossero aria.
Baila, baila morena.
Non fosse che uno neppure se ne accorge, persino un frammento de L’urlo, sapete quel brano che presentò al mondo l’album Miserere, dimostra che Zucchero ha finalmente cambiato pelle, che s’è lasciato indietro quella goliardia cafona, quelle pinzillacchere tipo «È un urlo che va dal buco del culo al cuore» che vanno bene in spiaggia d’estate ma non qui all’Olympia o alla Carnegie Hall di New York dove tornerà a suonare a fine estate. Va bene, quel versaccio non c’è più nel brano e lui lo conferma ridendo, dopo, quando nei camerini è tutto finito, si può anche fumare e chissenefrega se è vietato: «Mi ha telefonato Vasco per dirmi “caro Zucchero, devi comporre un pezzo per me, ma le parole le scrivo io, tu sei troppo provocatorio”. E allora ho capito che era meglio lasciar perdere».
Meglio.
D’altronde quando la tensione prende fiato, arrivano il ritornello di Solo una sana e consapevole libidine oppure quello di Per colpa di chi che sono gli ingranaggi per scivolare via, per esaltarsi, per far dire al re senza più trono che il blues non morirà mai e poi lasciar uscire la gente con una faccia così soddisfatta che dovevate vederla.