Sull’autobus dei senzatetto aiuti per chi vive al «capolinea»

Col passare del tempo, è diventato un «centro di accoglienza» fai da te

L’autobus snodato si ferma davanti all’ex caserma di viale Forlanini, area dismessa «storica», quasi un «centro di prima accoglienza» fai da te, che in questi anni ha ospitato migliaia di clandestini. Il mezzo è fermo, motore accesso, non arriva nessuno. L’autista si attacca al clacson. Le trombe feriscono la notte. Ancora qualche minuto poi quasi dal nulla appaiono le prime ombre. Sono gli eritrei. Tutti regolari, il loro Paese da anni è sconvolto dalla guerra e così hanno ottenuto un permesso umanitario appena arrivati a Lampedusa. Accolti e subito abbandonati a se stessi. Hanno preso dunque la via di Milano dove hanno fatto il loro rumoroso ingresso lo scorso autunno. L’intero gruppo, oltre duecento persone, si era infatti inizialmente insediato in uno stabile di via Lecco. Da qui furono sgomberati dalla polizia e una cinquantina accettò una sistemazione nei vari dormitori cittadini. Gli altri all’«hotel» Forlanini.
Il bus
E quelli che cominciano ad affollarsi intorno allo snodato sono solo le avanguardie. I volontari, pettorina marron della Fondazione fratelli di San Francesco, iniziano a occuparsi di loro. Alcuni iniziano a distribuire viveri, yogurt, frutta, panini, tè caldo. Grandi sorrisi accompagnati da un «grassie» di chi deve ancora imparare e pronunciare correttamente la «z». Ma curiosamente più che il cibo i rifugiati cercano altro. La loro «dignità», che prima di tutto si manifesta con un aspetto curato. Quindi chiedono abiti nuovi, candele per muoversi nell'edificio privo di energia elettrica. E soprattutto i rasoi. L’autobus infatti è un’unità mobile di aiuto messo a disposizione dall’Atm, insieme all’autista, ed è stato adattato alle esigenze: un bagnetto, armadi, rastrelliere per gli abiti ma soprattutto quattro lettini su cui sistemare e visitare i senza tetto. Che si affollano attorno al «dottore», Nando, infermiere professionale.
Il «Dottore»
Nando li visita, dà loro qualche farmaco e, in caso di crisi acute, chiama il 118 oppure li dirotta all’ambulatorio della Fondazione in via Bertoni. Accompagnati da una breve scheda in cui vengono riportati i sintomi più significativi. «Tante malattie da raffreddamento, tantissima scabbia e un po’ di asma». Patologie diffuse anche se non mancano malattie considerate scomparse in Italia come la tubercolosi. Pensare che in città ci siano simili focolai di infezione fa venire i brividi. E non per i malanni di stagione. Insieme agli eritrei, però, arrivano anche gli altri ospiti del Forlanini: romeni e africani, del Maghreb e dell’area subsahariana in particolare. Circa 400 persone che tutto sommato vanno abbastanza d'accordo.
La distribuzione continua fino a quando, e in fretta, i viveri finiscono. E insieme a loro anche lamette da barba e candele. Ma, nonostante non ci sia più «trippa per gatti», gli stranieri non si muovono. Restano a chiacchierare con i volontari. Palesando che più di beni materiali queste «ombre» hanno bisogno di riconoscimento. Vogliono insomma essere trattati da esseri umani.
La pulizia
«Aspetta, aspetta che adesso arriva Domenico». Domenico viene dalla Transilvania, biondo con gli occhi azzurri come i suoi antenati tedeschi che otto secoli fa colonizzarono quell’area montuosa. Improbabile chioma leonina, credevamo che i parrucchieri in grado di realizzarla fossero tutti morti da trent’anni, è una sorta di «operatore ecologico volontario». Non sopporta che i suoi amici, dopo aver banchettato, lascino contenitori in plastica e salviette di carta in giro. Così ogni volta chiede un sacchetto da riempire con i rifiuti. Alla faccia di quelli che aprono la porta di lussuose fuoriserie e svuotano per terra i portacenere. Domenico ride di gusto, mette allegria solo a vederlo. Nonostante sia qui da cinque anni parla un italiano tutto suo. Bene o male riesce a spiegare che lui in Italia ha trovato lavoro, anche se in nero, che ha già mandato a casa 7mila euro. Ma anche che non ha nessuna intenzione di tornare al suo Paese di origine. L'Italia, nonostante la fetida topaia in cui si è rifugiato, rimane il suo sogno.
I «raccomandati»
Ripartiamo lasciando sul marciapiede Domenico e i suoi amici. «Ma per andare dove se abbiamo finito i panini?». Eh no. Anche i volontari hanno i loro «raccomandati», a cui riservare gli ultimi sacchetti di cibo. Sono i barboni «canonici», quelli che girano per la città con le borse in mano e frugano nei rifiuti. Ce n’è uno che si è rifugiato sotto un cavalcavia, praticamente una camera a gas. Il quartiere l’ha adottato e dal vicino ristorante «23 risotti» un piatto caldo esce ogni giorno. «Bene, bene. No, non ho bisogno di niente, ma grazie per essere venuti».
L’alcol
Altro giro ed ecco una strana comunità: tre sudamericani sbronzi come pifferai. «Lo sono sempre, se è solo per quello». Accolgono rumorosamente il bus. Giustificando la reazione del vicino, un italiano sdraiato su una panchina poco distante: «Non hanno ancora preso sonno quei rompi b....». Lui è uno di quelli messi meglio: aspetto curato, sacco a pelo semi-nuovo, vestiti e coperte in ottimo stato. Poi arriva uno dei «rompi b....» sudamericani. «Nosotros necessitamos de medias», cioè: abbiamo bisogno di calzini. Subito accontentato. I capi di abbigliamento infatti non mancano: aziende che vuotano i magazzini, privati che regalano abiti smessi, tintorie che si liberano dei vestiti non ritirati dai clienti.
Altro giro altro barbone. Sono quattro, due indiani e due sudamericani. Alcolisti cronici. Uno ha il viso tumefatto e si lamenta di aver un braccio rotto. Ma non vuole sentire parlare di ospedali. Si scaldano stretti l’uno all’altro. Peccato che tra loro un giovane abbia la scabbia e che, in breve, infesterà anche gli altri. Poco distante un omone grosso ronfa su una panchina. Lo scuotiamo per chiedere se ha bisogno di aiuto. Si sveglia di soprassalto urlando e quando si accorge dei volontari, esplode in imprecazioni e si rimette giù a dormire. È quasi mezzanotte, l’autobus deve tornare al deposito di viale Sarca. Sono i suoi ultimi giorni, a fine marzo scade l’emergenza freddo. Anche se passato il freddo, l’emergenza rimane. Perenne.
(3. Continua)