Sull’Europa unita ha vinto il buon senso inglese

Dott. Granzotto, da suo affezionato lettore, mi consenta di esprimerle il mio rammarico per la sua nota di domenica. Il trionfalismo manifestato per il mezzo fallimento del vertice di Bruxelles e la sua incontenibile gioia per l'abolizione della bandiera blu a stelle quale simbolo dell'Unione Europea mi pare decisamente fuor di misura. Si può essere scettici su certi aspetti dell'ideale europeo, ma non si può gioire per l'azione di quello che lei ha definito il Dipartimento Guastatori e Guastafeste - in pratica l'Inghilterra - e per le conseguenze deleterie che avrà sullo sviluppo di quella idea dell'Europa che inseguiamo da oltre mezzo secolo e che vede in Carlomagno e in Napoleone i suoi più fulgidi precursori. Che la Gran Bretagna, un'isola che nulla di importante ha dato al mondo se non il five 'o clock tea, condizioni il futuro dell'Europa e degli europei la considero una bestemmia e una offesa alla nostra cultura e civiltà.


E «Dio stramaledica gli inglesi» non me lo mette? E della «Perfida Albione» non ne vogliamo parlare? L'isola, come lei la chiama, caro Colli, oltre al tè delle cinque ha elaborato la madre di tutte le Charte, magne o parve che siano. Ha per prima sperimentato nei fatti la democrazia. Con il suo Pragmatismo ha preceduto l'Illuminismo. Ha anticipato quella francese con la sua Gloriosa Rivoluzione, tagliando la testa al Re ma senza starla poi a menare tanto a lungo e senza consentire che giacobini e sanculotti annegassero il buono che c'è in ogni rivoluzione in un mare di sangue e di terrore. E a proposito di rivoluzioni, in Inghilterra ha preso l'aire quella industriale. Infine, e per parlare dei fatti nostri, l'Inghilterra ha largamente contribuito a che l'Italia divenisse una e indivisibile. Certo, nel corso dell'ultimo conflitto ci diede filo da torcere, facendoci piangere sulle sabbie del Nordafrica (e fece piangere, so che questo ancora l'addolora, Bonaparte a Trafalgar e, a lacrime caldissime, a Waterloo). Ma come si dice? A la guerre comme à la guerre. L'Inghilterra è quel Paese che, pur avendo vinto la guerra, fino a quasi tutti gli anni Cinquanta andò avanti con le tessere annonarie, coi bollini. Tirando la cinghia. Noi, che la guerra l'avevamo persa, già nel '48 celebravamo i nefasti del «delitto dell'ermellino», commesso nel corso di una festa a champagne (e ermellini) in un hotel di extralusso. Perfino il calcio dell'arma del delitto, in madreperla, testimoniava la nostra renitenza non dico al sacrificio, ma almeno alla momentanea rinuncia al superfluo.
Non me la butti dunque tanto giù, l'Inghilterra, caro Colli. E non creda che a Bruxelles abbia agito da battitore libero. A parte Prodi e forse, ma non ci metterei la mano sul fuoco, Zapatero, interpretava i sentimenti del Consiglio europeo, i cui membri, però, non avevano l'audacia politica di manifestare apertamente. Cioè che l'Europa s'era spinta e seguitava a spingersi troppo avanti, troppo oltre. Ed era giunto il momento di metterci un punto. Sabato 23 giugno 2007 sarà ricordato come una data storica. Come la vittoria della ragione e del buon senso sulle fantasticherie, sulle chimere di un europeismo visionario e un po' volage, come sono certe vecchie zie.