"Sull’eutanasia basta ritardi, subito una legge"

Il presidente della Pontificia accademia per la vita, monsignor Rino Fisichella: "Sbagliato dire
che su questo tema non servono regole". Alimentazione: "Dare cibo e acqua a un malato è un dovere"

«Sento spesso dire: sul fine vita meglio nessuna legge piuttosto che una brutta legge. Ma io guardo a una terza possibilità: quella di una buona legge che il Parlamento non può esonerarsi dall’elaborare senza ulteriori e inspiegabili ritardi». Il vescovo Rino Fisichella, Presidente della Pontificia accademia per la vita, rettore della Lateranense nonché cappellano della Camera dei deputati, interviene nel dibattito sul fine vita ospitato dalle pagine del Giornale e di fronte all’emergere di casi emblematici che colpiscono l’opinione pubblica chiede di «non lasciare troppo spazio al sentimentalismo o al pietismo».

In alcuni Paesi occidentali la «dolce morte» sembra diventato un diritto. Perché?
«Dobbiamo fare i conti con una cultura sempre più diffusa che tende a legalizzare il suicidio assistito e che pesa sulla formazione delle giovani generazioni. Stiamo andando sempre più verso un pendio scivoloso di cui è difficile prevedere le gravi conseguenze. In gioco c’è una visione antropologica che viene a scontrarsi con quanto abbiamo sempre pensato dell’uomo e della vita negli ultimi tremila anni. Presumere di sbarazzarsi in fretta di questa tradizione non è certo segno di civiltà né di cultura. È piuttosto una forma di improvvisazione superficiale che mina alla base il concetto stesso di dignità di vita umana».

Non crede che quello del fine vita sia un tema delicato dove non tutto può essere ridotto a commi di legge?
«Nei momenti che rasentano la morte ci sono spazi difficilmente circoscrivibili con la determinazione e chiarezza razionale, ma proprio in forza di questa componente del mistero della vita umana sarebbe più utile non lasciare troppo spazio al sentimentalismo o al pietismo con la conseguenza di portare dentro di sé in seguito il rimorso per non aver fatto la cosa giusta. Chi, alla fine, proprio nei momenti della decisione estrema può avanzare la certezza di aver fatto la cosa giusta dando la morte e confondendo questo atto come un gesto di amore? Da sempre l’amore vuole la vita non la morte».

C’è chi risponde: a certe condizioni la vita non è più vita…
«Comprendo che questo confine è difficile da delineare, ma se si lascia cadere il principio che l’amore vuole la vita, allora non resta più nulla di intangibile. Dal punto di vista giuridico, non esiste un principio di autodeterminazione nei confronti della vita come tale. Nessuna legge né Corte costituzionale potrebbe avventarsi in questo sentiero. Dal punto di vista etico è fondamentale che la barra rimanga fissa sul rispetto per la dignità della persona, soprattutto quando questa è in una situazione di maggior debolezza come gli ultimi momenti della vita. La dignità però ha un valore oggettivo che vale per tutti, senza discriminazioni e non si può pensare che sia sottoposta alla visione soggettiva di ognuno. Non credo ad esempio che sia rispettosa della dignità della persona la condizione di tanti diseredati, senza casa, senza cibo, presenti in tutte le grandi città, eppure spero che nessuno ritenga che debbano essere soppressi...».

E allora perché una legge? Per codificare che cosa?
«Ciò che si codifica, in coerenza con la Costituzione, è il principio di autodeterminazione per la cura che viene proposta».

Idratare e alimentare una persona in coma vegetativo non significa, in fondo, curarla?
«La comunità scientifica, ma prima di tutto il buon senso, esclude che idratazione e alimentazione possano essere considerati una cura o una terapia, nonostante gli strumenti adottati per fornirle».

Che cosa pensa dell’emendamento alla legge sul fine vita, che aggiunge la possibilità di sospendere idratazione e alimentazione solo in «casi eccezionali»?
«E chi stabilisce quali siano questi casi eccezionali? Dare acqua e cibo a un malato non è una cura, ma un dovere. Diverso è il caso del paziente in fase terminale, le cui condizioni devono essere seguite con particolare competenza evitando l’accanimento».

La Chiesa dice no all’eutanasia, ma anche no all’accanimento terapeutico. Perché?
«La scienza deve fare di tutto per vincere la malattia e il dolore, pur sapendo che alla fine ci si dovrà arrendere alla inevitabilità della morte. In questi anni sono stati fatti passi da gigante in questo senso, rimettere indietro le lancette dell’orologio è impossibile. Ciò che il medico può fare è avere la certezza morale di avere fatto tutto quello che era in suo potere per salvare una vita. Dopo di questo, anche lui si deve arrendere ed evitare, con la sua insistenza, di recare più danno e più dolore al paziente».

In questi giorni è stato detto: meglio nessuna legge che una brutta legge. Che cosa ne pensa?
«Non comprendo fino in fondo questa posizione. Senza una legge che superi la giurisprudenza messa in moto dalla Corte, i duemila casi presenti in Italia e quelli che potrebbero verificarsi sono sotto la scure dell’eutanasia, e Dio ce ne liberi. Io guardo alla terza ipotesi, quella di una buona legge che il Parlamento non può esonerarsi dall’elaborare senza ulteriori e inspiegabili ritardi dopo che è già stata approvata dal Senato. È auspicabile che, messe tra parentesi le differenze, si giunga a uno sforzo comune in modo da porre tutti i cittadini davanti a una legge condivisa e partecipata. In gioco c’è la concezione stessa della vita che sarà presente nei giovani tra vent’anni. Il Parlamento non può scrollarsi di dosso questa responsabilità senza venir meno a una delle sue prerogative più qualificanti».

Ammetterà che su una materia così delicata restano delle zone grigie.
«È vero, ci sono zone grigie, dove la presenza della legge potrebbe apparire un’intrusione. La stessa definizione di accanimento terapeutico non è così scontata e con essa molte altre... Ma quale sarebbe l’alternativa? Non vedo che la coscienza. Ma questa non può essere offuscata dal sentimento, dal dolore o dal pietismo. Deve essere, al contrario, proprio in questo momento, perfettamente vigile e con riferimenti certi di giudizio, primo fra tutti l’inevitabilità della morte, il coraggio di doverla affrontare e darle senso e possibilmente tenendo la mano di una persona che ti ama».