Sull’Irak Prodi dà ragione a comunisti e verdi

La mozione della Fed sul ritiro graduale finisce nel cestino. Rutelli: accolto l’invito di Romano

Laura Cesaretti

da Roma

«Prodi ha lavorato bene e, se si arriverà all’esito che tutti voteremo contro il rifinanziamento alla missione, avrà ottenuto un buon risultato», annunciava ieri Oliviero Diliberto.
Non si sa se quella del leader Pdci fosse ironia voluta o involontaria, sta di fatto che dopo alcune settimane di dibattito e lacerazioni, di mozioni spuntate e poi sepolte, di sfide pubbliche lanciate dai segretari dei Ds e della Margherita alla sinistra del pacifismo integralista e di investitura solenne conferita a Prodi perché trovasse la quadra mediando tra le anime della sua coalizione, l’Unione ha compiuto la sua rivoluzione di 360 gradi ed è approdata esattamente al punto di partenza. Sull’Irak oggi voteranno tutti no al rifinanziamento, come hanno sempre fatto, e stop.
La mozione parlamentare sulla «exit strategy», che Prodi aveva laboriosamente steso e che Fassino, Rutelli e Boselli avevano insistito, chi più chi meno calorosamente, per presentare in aula alla Camera, quando stamattina si voterà, è finita nel cestino. Ci pensa Rutelli a sottolineare soavemente che la paternità dell’aborto è del Professore: «Non ci sarebbe stato nulla di male a presentare un ordine del giorno, ma abbiamo accolto l’invito di Romano Prodi a non farlo affinché non ci fossero posizioni differenziate in sede parlamentare». Il passo indietro è toccato ai leader della ex Fed, che ieri hanno tenuto una conferenza stampa congiunta per spiegare che quel testo, riconvertito in tutta fretta e col bianchetto da mozione parlamentare a dichiarazione d’intenti, resta a futura memoria come linea dei riformisti sull’Irak. Se non bastasse, ieri Prodi ha anche giustificato il comportamento di quei partiti dell’Unione (Rifondazione, Verdi, Pdci) che hanno votato contro i decreti di rifinanziamento delle altre missioni estere italiane: Kosovo, Darfour, Bosnia, Afghanistan ecc., un voto che aveva scatenato le ire di Margherita e Ds. «Un atteggiamento francamente incomprensibile», aveva detto Fassino, che mina la «affidabilità politica dell’intero centrosinistra». E Rutelli aveva incalzato: «Non è pensabile che su temi così la nostra ipotetica maggioranza di governo non sia autosufficiente». Per il Professore, invece, quei «no» sono giustificati: «Lì c’era una trappola, perché si mettevano in un unico decreto missioni diverse su cui partivamo da orientamenti differenti». Insomma, se l’Unione si divide la colpa è del governo, che non fa nove decreti per nove missioni in modo che ogni partito del centrosinistra possa votare quelle che gli piacciono e bocciare le altre. Ma al di là della questione in oggetto, si tratta anche di una risposta indiretta a chi, la Margherita in primo luogo, preme perché Prodi si presenti alle primarie su una linea fermamente «riformista», distinguendosi nettamente dalla sinistra massimalista della sua coalizione: il Professore non ci sta a fare il candidato del solo (ex) Ulivo, e non vuol prendere le distanze da quel mondo pacifista e movimentista nel quale conta comunque di raccogliere consensi. Fassino corregge cautamente il tiro delle affermazioni di Prodi: certo quel voto in blocco su nove missioni è un po’ «una forzatura», ma questo aspetto «tecnico» non deve «velare la questione vera: serve una discussione nel centrosinistra per raggiungere una unità di vedute su quale atteggiamento debba avere l’Italia quando si producono dei conflitti. La nostra posizione è che l’uso della forza, purché ancorato a precise condizioni, è un’eventualità che non può essere esclusa. E quando quelle condizioni sussistono, l’Italia deve fare la sua parte». Il leader dello Sdi Enrico Boselli si dice certo che «di qui a dicembre si arriverà a un chiarimento. Ma se non ci si arriverà, le primarie saranno utili anche per sciogliere questi nodi, dal momento che ogni candidato presenterà i punti rilevanti del proprio programma».