sull’orlo di una crisi di nervi

Se i film vanno male al botteghino è sempre colpa di qualcun altro

da Roma

Magari succede anche all'estero, ma i registi italiani sono speciali nel fare le lagne. Se il film va male, è sempre colpa di qualcun altro: del produttore che risparmia, del distributore che non ci crede, della stampa che non ne parla perché corre dietro solo agli americani, del duopolio Medusa-Raicinema (nel caso il film non sia targato Medusa o Raicinema), degli esercenti che smontano, del mercato «drogato, ingessato e inesistente», eccetera. Mai che uno dicesse: «Forse ho sbagliato io, la storia non interessava».
E pensare che da anni Nanni Moretti raccomanda di non atteggiarsi a vittime, di non piangersi addosso: «Preferisco fare, lavorare, produrre, aiutare un cinema meno pigro e convenzionale», spiegò presentando il suo festival. Parole cadute nel vuoto. Solo nelle ultime settimane, mentre la quota di mercato ricoperta dal prodotto italiano si attesta al 30 per cento grazie al successo di Matrimonio alle Bahamas e Come ti mi vuoi ma anche di Giorni e nuvole e La ragazza del lago, la solfa è ricominciata: in forme diverse, certo. C'è chi rilascia interviste sdegnate, chi fa dichiarazioni a effetto, chi alza la voce ai convegni, chi spedisce addolorate missive.
Prendete Emidio Greco, regista di L'uomo privato, 73 mila euro di incasso. Intervistato da la Stampa, s'è detto convinto che il suo film, uscito sale il 2 novembre dopo la contrastata anteprima alla Festa di Roma, sia stato «sabotato», distribuito svogliatamente, promosso nelle sale sbagliate, in paesoni come Marcianise, Afragola e Fiumicino, per di più solo in 24 copie. «Se ne sono fregati, hanno reso impossibile qualsiasi ritorno economico e neanche mi hanno chiesto scusa», ha tuonato il regista di formazione torinese, accusando l'Istituto Luce (Passigli e Sovena), Cinecittà Holding (Carducci), il Circuito cinema (Fabio Fefè), la Direzione cinema del ministero (Blandini). Praticamente tutti. «Se esiste il cinema di qualità, e questo cinema si fa col denaro pubblico, allora va tutelato», ha aggiunto, parlando addirittura di «oscuramento» del film. Ne è nata una polemica frizzante, con botte e risposte sui costi (finanziano ministero, Raicinema, Luce e Torino Film Commission), chiusa, si fa per dire, da una dichiarazione del distributore Sovena: «In effetti Greco chiedeva 50 copie. Non ci siamo riusciti, perché molti esercenti, dopo averlo visto, non l'hanno voluto. Ho qui le loro lettere». Il regista s'è adontato, il pubblico ha disertato.
A suo modo, s'è lagnato anche Diego Abatantuono a proposito di 2061. Un anno eccezionale dei fratelli Vanzina. Stavolta le copie erano tante, oltre 300, ma il box-office è stato impietoso: neanche 2 milioni di euro. I lettori del Giornale ricorderanno: «Se investi quasi 6 milioni su un film, allora devi lanciarlo bene. Invece non ho potuto proprio gareggiare. Pochi spot, pochi manifesti, Boldi era dappertutto dieci giorni prima». L'attore riconosce, bontà sua, che i film a volte possono rivelarsi dei brocchi «perché toppi il titolo, il manifesto, l'idea stessa», ma ecco prendersela subito dopo con la Festa di Roma: «In quei giorni non si parlava d'altro. Ho girato l'Italia in lungo e in largo, rilasciato decine di interviste radiofoniche, ma il pubblico non sapeva». Non sapeva?
Più sofferta la vicenda che riguarda Il nascondiglio di Pupi Avati, al 2 dicembre poco sopra 1 milione di incasso. Amareggiato per il risultato, il bravo regista bolognese ha inviato un'accorata lettera ai membri della sua troupe. Doveva restare privata, invece è finita su Dagospia. Colpisce il passo centrale, laddove Avati, nel dirsi «addolorato e deluso», rimprovera i suoi collaboratori: 1) «di non aver avvertito come necessario, indispensabile, per il proseguimento del nostro lavoro in comune, il conseguimento di un risultato sul piano economico commerciale»; 2) «di non aver avvertito come vostro dovere (al fine anche di un vostro tornaconto) indurre genitori, figli, congiunti, amici, a precipitarsi nelle sale dove il film è programmato». C'è chi ha sorriso conoscendo l'uomo, chi l'ha letto come un avvertimento. Chissà. Di sicuro non c'è margine di equivoco su quanto Pasquale Scimeca, regista di Rosso Malpelo, ha consegnato alla stampa il 15 novembre: «Il sistema delle sale è paramafioso. La gente vuole vedere qualcosa di diverso ma glielo impediscono». Urge intervento dell'Antimafia.