Sull’orlo dell’abisso

Gerusalemme è piena di sole quando la mattina Massimo D’Alema la lascia sul convoglio di auto dirette a Ramallah. Il serpente di auto del consolato italiano fa la sua strada fra le pietre nel deserto della Giudea; D’Alema è arrivato dal Libano la sera avanti; prima di dirigersi alla Mukata si ferma a salutare il Nunzio Apostolico. Le suore fanno il caffè sulla valle della Geenna.
Poi, il viaggio in un panorama accidentato. Pietre, giallo, e l’eco sia degli spari fratricidi dei palestinesi che dei missili kassam su Sderot. L’aria del West Bank vibra del dramma storico della spaccatura per cui si fronteggiano due forze che possono squassare il mondo musulmano e il mondo intero, l’integralismo islamico che vuole distruggere Israele e combattere l’Occidente, e l’ala laica moderata di Abu Mazen.
D’Alema, che appare stanco e pallido, probabilmente sente di muoversi in acque limacciose; quando ha incontrato Fuad Siniora martedì, avranno certo parlato francamente del rischio Hezbollah; quindi il ministro non ignora che l’Islam estremo sta spingendo la democrazia del Libano sull’orlo dell’abisso, che il governo libanese è minacciato, che gli uomini di Nasrallah intendono far dimettere Siniora per stabilire un governo khomeinista e legato alla Siria; il leader druso Jumblatt lo ripete sempre, l’assassinio del giovane Gemayel è solo un comma di quello di Rafik Hariri. È roba siriana e iraniana. Sa, D’Alema, che Abu Mazen, che lo sta aspettando con la giacca blu a Mukata, probabilmente non dorme da giorni, inseguito da rapporti di scontri interni fra fazioni, di sparatorie, morti, feriti, di assalti alle sedi di questo e di quello, assordato dall’eco del suo stesso discorso in cui tre giorni or sono minacciava le elezioni anticipate. D’Alema sa che Hamas ormai ha una milizia di diecimila uomini armati di bel nuovo, che Ismail Haniyeh ha portato a casa dalla sua visita a Teheran l’impegno di 250milioni di dollari, e che da Gaza nelle ultime 24 ore sono stati sparati su Sderot, in Israele, 10 missili kassam. Khaled Mashal proprio ieri spiegava che servono a spingere di nuovo a una guerra comune di Fatah e Hamas contro il nemico israeliano. La tregua palestinese va un po’ meglio, ma potrebbe invece cedere quella di Israele con i Palestinesi, se i kassam ne sono il prezzo.
Dunque, perché, se sa tutto questo, D’Alema non parla? Perché non dà un segno chiaro della consapevolezza dell’Italia di trovarsi in un agone in cui si aggirano nemici terribili e inaspettati? Il dramma mediorientale, i suoi sviluppi più recenti, la minaccia jihadista, restano il convitato di pietra del viaggio di D’Alema. Quando con Abu Mazen parla nella larga sala a un passo dalla tomba di Arafat sepolto nel cortile, i due danno ai giornalisti solo buone notizie, come fossimo al komsomol: probabilmente, dice Abu Mazen, l’incontro con Olmert si terrà prima della fine dell’anno; probabilmente, aggiunge il ministro degli Esteri italiano, se le cose andranno bene, si potrebbe arrivare a proclamare uno Stato palestinese entro il 2007, anche perché Israele ha capito che il tempo dell’unilateralità è finito, e cerca un interlocutore, anzi, l’ha trovato in Abu Mazen. Se Abu Mazen ce la farà; se Siniora ce la farà.
D’Alema è estremamente ottimista: Abu Mazen vince, conduce trattative con Israele, una forza internazionale si dispiega a Gaza, si fa la pace. Ma si legge in trasparenza nelle loro parole la realtà: riprende il lavoro sisifico della costruzione di un governo di coalizione fra Hamas e Fatah, che negli ultimi sei mesi è fallito sistematicamente su scogli essenziali, con le accuse mortali di Hamas a Fatah di essere un partito di kafir, miscredenti; quanto alle possibili elezioni che ieri sembravano imminenti, già appaiono sempre più volatili nella paura che alla fine Abu Mazen le perda a fronte della grandezza montante dell’integralismo islamico.
Anche Egitto, Giordania, Arabia Saudita, tutti i Paesi del Golfo sono contrari a uno show down, perché sullo sfondo appare un rafforzamento di Damasco e di Teheran tramite una vittoria di Hamas, e non il contrario.
In una parola, l’attuale sforzo italiano di pace può essere meritorio, ma lo sfondo politico che lo rende realizzabile è assente; per esempio ieri un altro uomo di sinistra in visita in Israele, John Kerry, reduce dal Cairo pur ottimista, ha scelto parlando alla stampa di evocare lo shock, la grande sorpresa del dramma mediorientale in atto, in cui l’integralismo islamico è protagonista. Eppure, ha detto Kerry, la grande paura di un nuovo scenario di orrore può di fatto creare una finestra di opportunità per un’alleanza fra tutte le parti a favore del dialogo, Islam moderato in primis. Dallo scontro con questo nuovo nemico di tutti può sgorgare la pace.
La scelta di D’Alema invece è quella di smussare il dramma, di spingerlo da parte, di appoggiare Siniora incontrando però amichevolmente anche Nabil Berri, l’amico dei siriani e degli hezbollah; di stare, sì, con Abu Mazen, ma senza una parola di biasimo per Hamas, nonostante i giornalisti (cui sono state concesse solo tre domande; e se lo schedule diplomatico ha le sue esigenze, pure la gravità del soggetto avrebbe dovuto suggerire una diversa disponibilità alla discussione) gli abbiano chiesto ieri di riconsiderare l’incauto giudizio che ne fece, ai suoi occhi, una forza di governo che poteva diventare un interlocutore.
D’Alema, che dal Libano ha vantato la capacità dei nostri soldati nell’Unifil, ha in questo ragione perché si tratta di soldati valorosi, allenati, colti, che tutti rispettano; pure non può ignorare per esempio che la prima pagina del Jerusalem Post proprio di ieri, cui forse avrà dato un’occhiata in macchina, dava a nove colonne la notizia che secondo l’intelligence dell’esercito israeliano gli Hezbollah «sono ritornati di nuovo alla loro piena forza di combattimento», perché la Siria è riuscita a far entrare «quasi su base giornaliera, camion di missili e armamenti avanzati». Ci riguarda questo? Oppure abbiamo incontrato problemi più grandi di noi?
Questo stato di cose pone l’Italia di fronte a problemi di sostanza, perché se adesso e ancora forse per quattro-cinque mesi, per gli Hezbollah può essere importante mantenere un equilibrio che consenta loro di riabilitare all’interno la propria immagine dopo la guerra, pure più avanti interessi strategici più generali ne governeranno le mosse. E questi interessi, come il fuoco in un pagliaio, daranno fuoco al fronte fra Israele e Hezbollah. È lo stesso fuoco che seguiterà a minacciare Abu Mazen persino se incontrerà Olmert, e persino se una forza italiana verrà dispiegata a Gaza. È la jihad globale, signor ministro degli Esteri. Noi ci stiamo facendo i conti?
Non sarebbe sensato e lungimirante creare finalmente nella nostra politica, nel nostro discorso internazionale, uno spazio per questo problema?