Sulla CO2 l’Acea è una torre di Babele Meglio scendere e difendersi da soli

Un primo effetto la minaccia di Sergio Marchionne di mandare al diavolo l’Acea, cioè l’associazione lobbistica dei produttori di auto europei, lo ha già fatto. E ha del miracoloso: mettere per una volta d’accordo maggioranza e opposizione, nello specifico il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e il ministro «ombra», l’ambientalista Ermete Realacci. Entrambi concordano sul fatto che, allo stato dell’arte, le norme Ue sul contenimento delle emissioni di anidride carbonica sono palesemente sbilanciate nel favorire i costruttori di vetture di grossa cilindrata. Penalizzano, cioè, le case generaliste, come la Fiat e quelle francesi.
A Realacci, presidente di Legambiente, non è certo sfuggito il paradosso che la rigorosa Ue, tenuta sotto scacco sul tema CO2 dalla tedesca Angela Merkel, abbia incredibilmente sposato la tesi del «chi più inquina meno paga». Ma a giocare contro gli interessi dell’industria italiana, e di riflesso contro la Fiat, in questa partita c’è anche quello che dovrebbe essere il garante del rispetto delle regole: è quel Guido Sacconi, nato come sindacalista della Fiom-Cgil, dove ha fatto carriera, e quindi approdato alla politica attiva, prima nel Pds, poi nei Ds, quindi nell’Ulivo e ora nel Pd. Al secondo mandato nell’Europarlamento, dove è relatore alla Commissione ambiente, Sacconi sta per portare a termine il suo sogno: dare un decisivo colpo al capitalismo, rappresentato in questo caso dall’industria dell’auto. Se infatti passasse il regolamento attuale sulla CO2 (che, ripetiamo, premia paradossalmente chi inquina di più), con le pesanti sanzioni previste per i costruttori che non rispetteranno i limiti imposti, la Fiat subirebbe un danno ferale.
Sacconi, in proposito, non può che aver gioito nel momento in cui la Commissione ambiente ha bocciato l’ipotesi di mediazione che avrebbe permesso alle case automobilistiche di avere più tempo a disposizione per adeguarsi alle norme Ue. E l’Acea, che dovrebbe far valere la sua potenza lobbistica alla scopo di tutelare tutti i suoi associati? In questo momento sembra una torre di Babele: ognuno cerca di portare acqua al proprio mulino. A prevalere sono gli interessi dei singoli. Manca una strategia comune. Che vadano al diavolo, allora. Meglio scendere in trincea da soli.