Sulla Costituzione la cattiva coscienza del centrosinistra

Paolo Armaroli

L’articolo 138 della Costituzione parla chiaro. Le leggi di revisione costituzionale «sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali». Nonostante il centrosinistra per ben due anni e passa abbia fatto il diavolo a quattro, il 16 novembre scorso il Parlamento ha finalmente approvato la riforma costituzionale presentata dal governo Berlusconi nell’ottobre 2003. E così, per tigna, l’opposizione ha voluto fare le cose in grande. La richiesta di un referendum popolare, già che c’era, è stata avanzata da tutti i suoi senatori e deputati, dai quattordici Consigli regionali a predominanza ulivista e ora è in corso la raccolta delle firme degli elettori.
Dunque il referendum si terrà. Dati i tempi tecnici, presumibilmente a giugno. La trasformazione di quell’«o», del quale fa parola la disposizione costituzionale sopra riportata, in «e» ha - si capisce - la sua brava spiegazione. Come al solito, si vogliono mobilitare le masse come al tempo delle «primarie» che hanno incoronato momentaneamente Romano Prodi. In operazioni del genere l’Unione, o come diavolo la si voglia chiamare, è maestra. Ma stavolta le cose non sembrano andare per il verso giusto. Dopo i primi fine settimana nei quali la raccolta di firme sembrava andare a gonfie vele, a quanto riportano vari giornali si sta registrando un rallentamento preoccupante. E questo spiega la mossa dell’infaticabile Bassanini e degli altri componenti del comitato promotore del referendum. Scambiando Ciampi per un santo patrono, e prendendo così lucciole per lanterne, costoro giovedì hanno bussato al portone del Quirinale per denunciare l’assordante silenzio dei mezzi di comunicazione di massa sulla raccolta delle firme in atto. Mentre il giorno prima un certo numero di volenterosi costituzionalisti, guidati da due presidenti emeriti della Consulta come Leopoldo Elia e Valerio Onida, aveva diffuso un appello rivolto ai responsabili dei media affinché non si rendano ulteriormente responsabili di «questa inammissibile violazione delle regole che garantiscono l’esercizio della sovranità popolare». Si potrebbe obiettare che la campagna referendaria è ancora di là da venire e che il referendum, dati i titanici sforzi di chi è risultato soccombente in Parlamento, si svolgerà in ogni caso. Sia raggiunto o no il numero di firme necessario. Ma sarebbe come abbaiare alla luna.
Si dà poi il caso che le disgrazie per l’Unione non vengono mai da sole. Alla scarsa partecipazione dei firmaioli in servizio permanente effettivo, si aggiungono un paio di circostanze che dovrebbero far riflettere. La prima è che il comitato promotore è guidato da Oscar Luigi Scalfaro. Che un padre fondatore della suprema legge della Repubblica come lui si schieri a difesa della Costituzione, lo si può capire. Fatto sta che essa prevede un regime schiettamente parlamentare. Mentre Scalfaro, dopo un ineccepibile curriculum parlamentare, negli anni in cui ricoprì la carica di capo dello Stato interferì spesso e volentieri nell’indirizzo politico di governo. Con il risultato di imprimere una torsione presidenziale alla nostra forma di governo. E i cittadini non sono come lo smemorato di Collegno. La seconda circostanza è che tutte le forze politiche, nessuna esclusa, da oltre vent’anni dibattono sugli opportuni ammodernamenti da apportare alla nostra Carta repubblicana. E un pezzo da novanta dei Ds come Massimo D’Alema si è speso in prima persona nel corso dell’ultima commissione bicamerale istituita ad hoc. Dopo tanto sproloquiare, com’è possibile fare una radicale conversione a U, soprattutto tenuto conto che la Casa delle libertà in Parlamento ha recepito diverse istanze e non pochi emendamenti dell’opposizione? Tutto questo nervosismo non è forse la conseguenza della cattiva coscienza di chi dice «no» solo quando sta all’opposizione?
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