Ma sulla credibilità del Paese resta l’ombra dei tango-bond

Cristina Kirchner fa appello alla nazione dopo il trionfo: «Uno Stato non si costruisce solo con il buon governo, serve lo sforzo di tutti»

da Milano

L’eredità economica che Cristina Kirchner riceve dal marito Nestor non è certo priva di spine. Anche se l’Argentina cresce a ritmi da Dragone cinese, facendo leva sulla fame di materie agricole dei Paesi asiatici, e la piaga della disoccupazione è stata in parte rimarginata, sul fronte del recupero della credibilità internazionale resta ancora molto da fare.
Il ripristino della fiducia, azzerata in seguito al default dei tango-bond nel 2001, è essenziale per riaprire i rubinetti degli investimenti esteri. Riuscire a ottenere dal Fondo monetario internazionale lo «sblocco» dei negoziati per la ristrutturazione di 6,3 miliardi di dollari di debito potrebbe essere un primo passo in questa direzione. Il problema, tuttavia, è che il recente scandalo sull’inflazione rischia di complicare le trattative. Nestor Kirchner è stato accusato di aver manipolato i dati sull’aumento dei prezzi al consumo, che in realtà sarebbero il doppio rispetto all’8,6% della rilevazione effettuata dall’Indec (l’Istat argentino), a causa del forte impulso impresso alla spesa pubblica. Più che di una distorsione provocata da un paniere-prezzi in cui sono contenuti beni ormai obsoleti ai fini statistici, si tratterebbe di una manovra tesa a risparmiare sugli interessi sul debito pubblico, in parte legato all’andamento dell’inflazione. Del resto, durante un viaggio in Spagna, proprio Cristina Kirchner aveva ricordato che ogni punto di inflazione costa alle casse del Paese sudamericano 420 milioni di dollari.
Il Fmi ha in più di un’occasione criticato Buenos Aires per l’assenza di una politica di contenimento delle spinte inflazionistiche; né gli esperti di Washington hanno nascosto di non condividere il ricorso troppo disinvolto alla spesa pubblica e il basso livello delle tariffe dei servizi. Una delegazione del Fondo dovrebbe arrivare in missione nella capitale argentina nel marzo dell’anno prossimo per fare il punto sulla situazione economica.
La neo presidente avrà dunque circa quattro mesi di tempo per mettere a frutto i suggerimenti del Fmi, presentare un Paese in migliori condizioni e allontanare lo spettro dell’iperinflazione. Per ora, la Borsa argentina sembra darle credito: ieri l’indice ha toccato il nuovo record storico grazie alla convinzione che la Kirchner riuscirà a raffreddare il surriscaldamento dei prezzi.
Sulla questione dei titoli in default (24 miliardi di dollari, di cui circa 8 nelle mani di 200mila risparmitori italiani), il governo di Buenos Aires ha nei giorni scorsi precisato che «il punto non è che l’Argentina non vuole pagare, ma che ci troviamo di fronte a un problema quasi burocratico». Chiaro il riferimento allo stallo delle trattative con il Club di Parigi, organismo composto da 19 Paesi creditori, tra cui l’Italia, per la ristrutturazione di 6,3 miliardi di dollari di debito in default.