Sulla grazia il premier è disarmato

Paolo Armaroli

Pensa e ripensa, alla fine il ministro della Giustizia Roberto Castelli non se l'è sentita di dare il proprio assenso alla concessione della grazia a Sofri. E, com'era prevedibile, ha scatenato un putiferio. Nessuno, ma proprio nessuno, si è negato il piacere di dire la sua. Per i soliti pasdaran della sinistra, come li ha qualificati con fastidio Castelli, lui è tornato a essere l’ibseniano nemico del popolo. Ma sì, il pericolo pubblico numero uno. Con il risultato di superare per l'occasione in classifica niente di meno che Berlusconi. Ma anche autorevoli esponenti del centrodestra non hanno nascosto la delusione, convinti com’erano che la grazia a Sofri fosse ormai questione di giorni dato il suo precario stato di salute.
Agli uni e agli altri, per il vero, Castelli non ha mancato di fornire una risposta che ha tutta l’aria della plausibilità. Prima di assumere una decisione ha voluto vederci chiaro. E così ha dato istruzione agli uffici di predisporgli un dossier con tutti i precedenti in materia. Dopo esserselo letto e riletto, ha dovuto convenire che non esistevano i presupposti per un atto di clemenza nei confronti di Sofri. Infatti l'ex leader di Lotta continua non ha mai sottoscritto una richiesta di grazia. Non ha ottenuto i pareri favorevoli della Procura generale di Milano e del magistrato di sorveglianza di Pisa. La famiglia Calabresi non si è mai espressa a favore del perdono. E infine Sofri ha scontato solo sette dei ventidue anni ai quali è stato condannato. Per di più dal 21 giugno gli è stata concessa l'autorizzazione al lavoro esterno presso la biblioteca della Normale di Pisa e per motivi di salute gli è stata sospesa la pena per sei mesi. Perciò una eventuale grazia a suo favore sarebbe stata discriminatoria nei confronti dei detenuti nelle stesse condizioni.
Tra tanti grilli canterini Silvio Berlusconi si è astenuto dal commentare la decisione del Guardasigilli. I sullodati pasdaran della sinistra, malpensanti più che mai, potrebbero concludere che questo silenzio è cantatore. Come Ponzio Pilato, se ne sarebbe allegramente lavato le mani. Orbene, nulla di più falso.
Prima di tutto perché è arcinoto che lui, in piena sintonia con il capo dello Stato, sarebbe personalmente favorevole a un atto di clemenza. Ma una cosa è il cittadino Berlusconi, altra cosa il presidente del Consiglio. Nella fattispecie il capo del governo può solo esercitare una discreta moral suasion, che però vale quel che vale. Tanto è vero che purtroppo non ha sortito effetto.
In realtà, il precedente del 1991 pesa come un macigno. Allora il presidente della Repubblica Francesco Cossiga intendeva concedere la grazia a Renato Curcio. E, pur essendo un costituzionalista provetto, incautamente suggerì al capo dell'Esecutivo Giulio Andreotti di appellarsi alla legge sull'ordinamento della presidenza del Consiglio. La quale dispone tra l'altro che il presidente del Consiglio può sospendere l'adozione di atti da parte dei ministri competenti in ordine a questioni politiche e amministrative, sottoponendoli al Consiglio dei ministri. Ma, dopo che il Guardasigilli Martelli sollevò conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, Cossiga e Andreotti pensarono bene di fare una repentina marcia indietro. E con ragione.
Primo, perché la Consulta aveva già riconosciuto la competenza del ministro della Giustizia in tema di grazia. Secondo, perché la grazia non ha nulla a che spartire con l'indirizzo politico di governo. Salvo, si capisce, casi del tutto eccezionali riguardanti la salus rei publicae. Poiché la grazia a Sofri non rientra in tale fattispecie, è di solare evidenza che il no comment di Berlusconi era semplicemente doveroso.
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