SULLA NOSTRA PELLE

I lettori debbono avere un po’ di pazienza. Ma quando si parla di welfare (chissà poi perché si è scelto l’inglese?) si parla di quattrini dei contribuenti. Il balletto di questi giorni, con «protocolli» approvati dal Consiglio dei ministri, referendum tra lavoratori e pensionati e di nuovo Consigli dei ministri che cambiano idea, è un balletto che si fa sulla montagna di tasse e imposte che i cittadini pagano allo Stato.
Tutto nasce da una follia politica. Il governo Prodi si è messo in testa di smontare le due migliori riforme fatte dal governo Berlusconi: l’innalzamento dell’età della pensione (scalone Maroni) e la flessibilità del lavoro (Legge Biagi). Con un protocollo firmato a luglio da una parte si attutiva l’effetto dello «Scalone» e dall’altra si seminavano i germi con cui sabotare la legge Biagi. Si riteneva bastasse per accontentare sinistra e riformisti. Un pateracchio. Che tra l’altro brucia 10 miliardi di euro. La manovra otteneva il via libera dei sindacati e, incredibile dictu, anche di Confindustria. Sul protocollo si è financo indetto un referendum tra una platea non meglio identificata di «interessati», che ha dato il suo via libera. Nonostante questo giro bizantino, ieri il Consiglio dei ministri ha licenziato un nuovo documento.
Nulla si tocca nella parte destruens della finanza pubblica: quella che riguarda le pensioni. Sul lavoro invece si dà una bella innaffiata ai semi della rigidità: rendendo sempre più complicati i contratti di lavoro a tempo determinato. La Confindustria a questo punto si è trovata scoperta: e ha chiesto di riportare le cose alla situazione originaria.
I compromessi si dimostrano sempre al ribasso. L’oltranzismo delle sinistre prevale. Che fine hanno fatto ad esempio quei riformisti che ci rompono le scatole con il loro «liberismo di sinistra»? E le dimissioni lampo della Bonino? Fino a ieri la real politik di riformisti e Confindustria si basava sul fatto che il sacrificio sulle pensioni fosse compensato dal mantenimento della flessibilità nel mercato del lavoro. Ma oggi questo infelice scambio perde di significato.
Ieri Visco ha detto che «i soldi per ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti sono finiti». Non facciamoci dunque illusioni, la cassa è vuota. Ma nel frattempo si trovano 7,5 miliardi per fare andare un po’ prima in pensione i 57enni. Si recuperano 2,5 miliardi per ampliare la platea di chi fa un lavoro usurante.
Per questo motivo il balletto sul Welfare alla fine tocca le tasche dei contribuenti. Il governo ha fatto una scelta, ma non l’ha resa esplicita. Sul fronte sindacale e del lavoro protetto (si pensi ai 5 miliardi di euro impegnati nel rinnovo del contratto del pubblico impiego) i cordoni della Borsa si possono allentare. Sulla tassazione dei lavoratori dipendenti e degli autonomi non si muove una paglia, anzi si trovano le risorse necessarie per finanziare una folle spesa. Nella finanza pubblica il gioco è a somma zero: ciò che metto in una tasca devo toglierlo dall’altra. E a peggiorare la situazione si mettono i bastoni tra le ruote al nostro sistema produttivo che massimamente ha contribuito a creare i tesoretti che il governo non perde occasione di sprecare.
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