Sulla nuova Costituzione in Irak si va al referendum senza intesa

Gaia Cesare

Libertà e dignità umane garantite. Assicurate anche la libertà di espressione e di organizzazione politica. Proibite le torture fisiche o psicologiche. È un Irak «democratico», fondato su un sistema «parlamentare e federale» quello nato e delineato ieri dalla Costituzione irachena. È un nuovo Irak che, nonostante la svolta rispetto agli anni bui dell’era di Saddam, non soddisfa però tutte le componenti etnico-religiose del Paese, soprattutto quella sunnita, la più legata al vecchio regime, che si è rifiutata di apporre la propria firma in calce al testo suggellato da curdi e sciiti. La bozza finale della Carta, la cui presentazione ha subito ben quattro rinvii, è giunta ieri di fronte all’Assemblea generale irachena. Firmata dalla maggioranza dei membri della Costituente, non è stata tuttavia sottoposta al voto parlamentare. Dopo settimane di colloqui e intense trattative, dopo la scadenza di ben quattro deadline e l’intervento del presidente americano George W. Bush (che ha chiesto agli sciiti concessioni alla controparte sunnita), dopo l’amnistia americana nei confronti di ben mille detenuti, si è chiuso ieri con la lettura in Parlamento degli articoli della nuova Carta il faticoso iter che segna la svolta democratica dell’Irak.
Eppure lo storico passaggio è segnato da una spaccatura tra le principali componenti etnico-religiose del Paese, che al momento sembra difficilmente sanabile. Mentre a Bassora, nell’estremo sud sciita che è anche il principale terminale petrolifero del Paese, molti iracheni sono scesi in piazza esibendosi in canti, balli e scene di esultanza, i sunniti hanno tenuto la linea dura, quella dell’inflessibilità. Il nuovo testo non li ha convinti affatto. Non ci stanno ad accettare un Irak federale che regala «l’oro nero» ai curdi nel nord e agli sciiti nel sud e lascia loro a bocca asciutta. E non ci stanno ad accettare quel riferimento esplicito al Baath, il partito di Saddam di cui erano i principali componenti nell’era del raìs. La nuova versione della Costituzione prevede infatti il divieto di esistenza per «qualsiasi organizzazione che adotti un’ideologia razzista, terroristica, estremista e settaria o che diffonda e giustifichi simili ideologie». Ma prevede anche un «particolare riferimento al Baath saddamista», che «non può far parte del pluralismo in Irak» e «ai suoi simboli». Contro questo passaggio, contro una citazione esplicita del Baath, si era battuta con tutte le armi diplomatiche la minoranza sunnita che un tempo reggeva le sorti del Paese. La battaglia, però, nonostante le modifiche apportate al testo, nonostante le concessioni dell’ultimo momento, è andata persa. E quel riferimento all’islam come «una delle fonti principali» della Costituzione e non come «unica» fonte legislativa ha aggiunto nuova insoddisfazione, come ha spiegato ieri il negoziatore Fakhr a-Qaisi.
Per questo i sunniti hanno chiesto l’intervento delle Nazioni Unite e della Lega araba. «Annunciamo il nostro rifiuto della bozza illegale perché scritta senza il nostro consenso - ha dichiarato il leader religioso sunnita Abdul Nasser al-Janabi -. Chiediamo che Onu e Lega araba intervengano in modo tale che questo documento non passi e venga corretto».
Ma la resa dei conti, la prova del nove sul futuro politico-istituzionale dell’Irak, si è spostata adesso al 15 ottobre. Sarà il giorno del referendum popolare, la data fatidica che stabilirà se la maggioranza degli iracheni vuole - come prevede la nuova Carta - un Paese «federale», «de-baathificato» e con l’islam che figuri come «una delle fonti». Dopo il boicottaggio del 30 gennaio, quando decisero di disertare le urne in occasione delle prime elezioni libere del dopo-Saddam, i sunniti hanno voluto cambiare strategia. Accortisi dell’errore commesso, intendono ora partecipare in massa al referendum, per giungere alla bocciatura della Carta. «Se i risultati non saranno falsificati - ha detto Hussein al-Falluji, delegato sunnita, con un chiaro riferimento polemico alle interferenze statunitensi - credo che il popolo dirà “no” alla Costituzione americana».
Dall’altra parte del fronte, il presidente iracheno Jalal Talabani, ha esortato tutti i cittadini a recarsi alle urne il 15 ottobre e si è detto «ottimista», pur riconoscendo che la Carta contiene «qualche difetto» e che «nessun testo è perfetto e quindi non emendabile». Anche il presidente del Parlamento, il sunnita Hajem al-Hassani, rappresentante della componente più moderata, ha parlato di un testo «non perfetto», ma che risponde alle regole del gioco democratico. Ora l’attesa è tutta concentrata sul giorno della consultazione referendaria: se la Costituzione non venisse approvata, si dovranno ripetere le elezioni parlamentari. E la paura più grande, in vista del voto, è che la spaccatura tra le principali componenti etnico-religiose del Paese si trasformi in una guerra civile, dando vita ad una nuova inarrestabile escalation di violenza.