Ma sulla parabola il più visto è Canale 5

Di fronte ai dati sul ridimensionamento della tv generalista in Italia la reazione più corretta non è «come mai?», ma «perché così poco?».
I dati italiani vanno sempre comparati con le tendenze emergenti a livello internazionale. Negli Stati Uniti, che rappresentano la punta di diamante della produzione internazionale di intrattenimento, l’erosione di ascolti della Tv generalista a favore delle televisioni a pagamento e di Internet, è ormai un dato acquisito. In italia il fenomeno è attutito da un dato demografico eclatante: il progressivo invecchiamento della popolazione, che compensa l’esodo del pubblico giovane verso nuove tecnologie di consumo e di ascolto. Il pubblico giovane è un pubblico attivo, interessato non tanto ai messaggi quanto ai media come tali. Condividere l’uso e il consumo di nuovi media rappresenta il nuovo status symbol, così come negli anni Ottanta facevano status i prodotti griffati. Il pubblico maturo e anziano è passivo, tende a conservare il rapporto con i media che hanno accompagnato la sua formazione, vuol far parte di una comunità, di una maggioranza, ma sulla base di contenuti ed eventi condivisi. L’Italia ha una popolazione che invecchia velocemente e, almeno sino ad ora, senza ricambi generazionali. Per questo i mezzi tradizionali di intrattenimento conservano ancora una posizione centrale nel panorama audiovisivo italiano. Il quadro è ancora più significativo se si completa con i dati relativi al consumo di Tv a pagamento.
Cresce il consumo di pay tv, ma cosa guardano gli abbonati Sky? A sorpresa nel prime time le reti più viste risultano Canale 5 e Raiuno. L’ascolto complessivo delle sette reti generaliste in chiaro è del 60,89 per cento rispetto all’ascolto globale di Sky. Alle altre reti restano briciole. Facciamo alcuni esempi: Raisat Premium 0,24 per cento, Cult 0,14 per cento, History Channel 0,09 per cento, Sky Tg24 0,17 per cento, RaiUtile 0,00 pari a 36 spettatori in prime time. Sky amplia il suo pubblico, ma è un pubblico che usa Sky per seguire la televisione tradizionale. Lo specifico delle tv tematiche serve solo a giustificare la conquista, da parte della tv generalista, di nuovi territori. La tv del futuro serve a mettere in bella la Tv del passato. I nuovi televisori al plasma o a cristalli liquidi hanno bisogno di un segnale perfetto. Sky garantisce questo segnale. Viene usato come supporto tecnologico, non come alternativa culturale. Negli anni passati si è fatta una grande retorica sulla potenzialità delle reti tematiche. La ricerca spasmodica dell’audience costringe la tv generalista a livellare progressivamente verso il basso i suoi prodotti. Il messaggio più semplice può catturare il pubblico più vasto perché è comprensibile da tutti. È la famosa tesi del minimo comun denominatore. Si pensava e si pensa che questa tendenza al ribasso si sarebbe interrotta con le reti tematiche, rivolte a pubblici speecialistici, e, come tali, naturalmente «alti». I dati ci consegnano un ascolto appiattito sullo zero. La tesi della coda lunga, l’utilizzo del pubblico specialistico, per costruire nel tempo fasce consistenti di spettatori, mostra i suoi limiti. Attualmente, almeno nel panorama italiano, le reti tematiche si limitano a fare da alibi all’esistenza di una pay tv. Cambiato medium è ancora la tv generalista a dominare e può farlo perché possiede un palinsesto, una organizzazione dei programmi pronta per l’uso. Le reti tematiche presuppongono uno spettatore attivo, capace di costruire da sé il suo palinsesto, attingendo alla vasta offerta. Il risultato è un pulviscolo di palinsesti individuali che non permettono partecipazione e confronto. E questo è un limite. Solo la tv generalista dà l’impressione di condividere il consumo televisivo con la maggioranza degli spettatori. Pensiamo alla partita di calcio. Buona parte del godimento dello spettatore consiste nel poter commentare le azioni dei giocatori con gli amici al bar. Lo stesso vale per le trasmissioni televisive. Il successo si misura dalla penetrazione delle trasmissioni nella vita quotidiana. Oggi la tv generalista soffre non tanto di una crisi di ascolti, quanto di una crisi di immagine. La reiterazione di format identici, prodotti da poche società di produzione, tende ad appiattire ed omologare il prodotto.
* ex direttore di Raidue