«Sulla questione morale giù le mani dai Ds»

Il leader diessino teme che la Margherita voglia prendere le distanze dopo il caso Bnl-Unipol

Laura Cesaretti

da Roma

Ha aspettato per giorni, nel suo rifugio estivo in Maremma. Ha letto con crescente nervosismo e irritazione le bordate che arrivavano dagli alleati. Ha mandato avanti i suoi a parare i colpi, e ha organizzato la resistenza: nelle ultime ore sono scesi in campo a dire che la questione morale è solo a destra esponenti Dl, Verdi, Pdci, persino parisiani, guarda caso per lo più eletti nei collegi rossi. Poi ieri ha deciso che era ora di intervenire in prima persona.
In un’intervista alla Stampa Piero Fassino ha avvertito i compagni di opposizione e di futuro governo: «Si è passato il segno», e anche da parte loro. «Si cerca di mettere sotto processo la sinistra», «si lanciano accuse immotivate come quella di un presunto imbarazzo dei ds che non esiste. Francamente, inviterei Parisi, Mastella e altri nostri amici ad avere più rispetto». Per quanto riguarda i ds, spiega Fassino, «non c’è nessuna “nuova questione morale”, e sono indignato che vengano sollevati certi dubbi nei nostri confronti. Evidentemente c’è qualcuno che continua a voler contestare al nostro partito il ruolo che gli elettori gli riconoscono con milioni di voti».
È questo il cuore della questione, per Fassino e il suo partito, il rovello che prima del segretario aveva esplicitato anche il suo numero due Chiti. Denunciando un eccesso di «competizione» interna all’Unione, e avvertendo che «non c’è trippa per gatti», e che «l’osso ds» non si farà «spolpare» tanto facilmente. L’avvertimento è diretto alla Margherita di Rutelli, ovviamente, e all’inedito asse tra Mastella e Bertinotti, che insieme hanno chiesto meno commistione tra partiti e affari e costituito una tenaglia destra-sinistra per mettere in mezzo la Quercia. «Non accettiamo lezioni dai ds», ha fatto sapere ieri Mastella.
Ma l’avvertimento è diretto anche - forse soprattutto - a Romano Prodi. Certo, i ds hanno fatto finta di credere che il Professore non fosse il mandante dell’attacco di Arturo Parisi, che hanno attribuito a un «colpo di sole» del braccio destro prodiano, a un suo disegno di «vendetta» contro la Quercia per aver bloccato l’operazione lista del presidente, spiegando a Prodi che altrimenti non sarebbe più stato il candidato premier. Ma in realtà seguono da settimane, con crescente allarme, le mosse del Professore, che non ha perso occasione per smarcarsi dai ds, per prendere le distanze dalle partite economico-finanziarie da loro benedette, per giocare di sponda con Rutelli (l’ultimo segnale è che Prodi chiuderà la festa della Margherita) e lanciare segnali sulla «questione morale» assai simili a quelli di Parisi. Nessuno lo dice apertamente, ma al Botteghino è forte il sospetto che Prodi voglia cavalcare ogni occasione, questione morale compresa, per «contestare» ai ds, come dice Fassino, il primato dentro la coalizione. E per non ritrovarsi, dopo il voto, come premier «senza partito» alle dipendenze di una Quercia troppo forte in termini di voti e di autonome reti di relazioni e potere. Meglio dunque rinsaldare le proprie, di reti, anche dividendosi i compiti con l’ex arcinemico Rutelli. Giocandosi intanto nella campagna per le primarie l’immagine ardita di «politico baby» fuori dalle beghe e pronto a rimboccarsi le maniche per fare pulizia, senza guardare in faccia nessuno, neppure quelli che erano i suoi principali sponsor. «Ma se questo è il suo disegno, è una follia», sussurrano in casa ds. Ricordando che il pallino è ancora in mano loro, che alle primarie Prodi dipende dalla loro macchina elettorale, e che è già stato detto e scritto che con un’investitura sotto quota 70%, il Professore avrebbe poco da stare allegro. Soprattutto in caso di uscita di scena di Berlusconi.