Sulla riforma Sartori merita la matita blu

Paolo Armaroli

Leo Longanesi aveva visto giusto: chi si firma è perduto. Il guaio è che Giovanni Sartori non lo sa. E si misura, da scienziato della politica, con cose più grandi di lui: con quella astrusa disciplina che è il diritto costituzionale. E il più delle volte non ci azzecca. Da buon fiorentino, come Gino Bartali va dicendo che è tutto sbagliato e tutto da rifare. Soprattutto non gli va a genio la riforma costituzionale approvata in Parlamento dalla Casa delle libertà. Gratta gratta, è a corto di argomenti. E, beninteso, non gliene facciamo una colpa. Perché le ragioni del no sono destituite del benché minimo fondamento. E allora, non sapendo come cavarsela, passa agli insulti. O, peggio, sostiene cose che non stanno né in cielo né in terra.
Magna Carta, la fondazione vicina a Marcello Pera, ha lanciato un appello per il sì alla riforma? Bene. Sartori non si nega il piacere di affermare che i firmatari si distinguono in due categorie. Da una parte un pugno di nani e ballerine, che non sono cultori della materia. Dall'altra una manciata di costituzionalisti, tra i quali il sottoscritto, quasi tutti (bontà sua) di seconda e terza fila. Non basta. Sartori sottolinea poi che i firmatari dell'appello per il no sono invece una moltitudine, di chiara fama e tutti, ma guarda un po', non politicamente schierati. Però questo non prova niente. Dimostra solo che la maggior parte dei professori universitari ha il torcicollo a sinistra, fulminata dalle due culture egemoni fin dai tempi dell'Assemblea costituente, che adesso filano (si fa per dire) d'amore e d'accordo. Un bel modo di ragionare, quello di Sartori. Se questi ultimi putacaso dicessero che due più due fa cinque, dovremmo forse prendere questa asserzione per oro colato?
Sartori è poi abbonato alle smentite. Ha scritto che l'Associazione italiana dei costituzionalisti si è espressa per il no alla riforma. E il suo presidente, Sergio Bartole, ha ribattuto che non è vero in quanto l'Associazione è neutrale. Ha affermato che la maggior parte dei componenti della sullodata Associazione è schierata per il no. E anche qui non ci siamo. Difatti Bartole, chissà perché, ha sì confermato la tesi di Sartori. Ma poi ha dovuto ammettere che solo quattro dei 220 soci si sono espressi sul sito per il no. Insomma, che il politologo fiorentino nutra fiducia negli esperti, non può farci che piacere. Non foss'altro per il fatto che nel nostro piccolo apparteniamo (o no?) alla benemerita categoria. Ma che tutti i costituzionalisti vivano in una torre d'avorio, è poco credibile.
Infine Sartori scala vette di comicità insuperabili quando sminuisce la drastica riduzione del numero dei deputati e dei senatori contemplata dalla riforma. Obietta infatti - udite, udite - che un vecchio disegno di legge costituzionale presentato al Senato da Mancino e altri prevedeva una riduzione ancora maggiore. E ha ricordato che il programma dell'Unione contempla solo 150 senatori. E allora? A Sartori, che pure è un laico, sfugge la differenza tra proposta e approvazione. Fatto sta che solo la Casa delle libertà è riuscita miracolosamente in questa impresa. E poi guardate un po' da che bel pulpito viene la predica. Si dà il caso che il presidente del Consiglio pro tempore ha battuto un record dando vita a un governo faraonico composto da ben 102 componenti. Così, per decreto legge sottoposto a voto di fiducia, con tanti saluti alla tanto decantata sovranità del Parlamento, ha cancellato la riforma dei ministeri, fiore all'occhiello di Bassanini. Con il risultato che il numero dei ministri con portafoglio è passato dai 12 previsti a 18. A spese di Pantalone, si capisce. L'ipercritico Sartori ha nulla da ridire?
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