Sulla salute l'ultimo dietrofront del premier Conte

I conti del Def, il documento di economia e finanza per il 2019, non tornano nemmeno per quanto riguarda la sanità. E il premier Conte si esibisce sul tema in una di quelle inversione a U ormai tipiche della sua pur breve carriera politica. Nel documento di programmazione contabile appena presentato, il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo viene fissato per gli anni 2019 e 2020 allo stesso livello del 2018. Poi viene indicato in calo (6,5%) nel 2021 e al 6,4% nel 2022.

Nel suo discorso al Senato prima di ottenere la fiducia, nel giugno scorso, il premier aveva deplorato che il Def presentato dal governo precedente prevedesse una «contrazione della spesa sanitaria» (e la contrazione c'era, non in termini assoluti ma in rapporto al Pil). Poi aveva dichiarato stentoreo: «Sarà compito di questo governo invertire la tendenza». Ovviamente non è successo e, anzi, il governo del cambiamento sembra avere accentuato la frenata.

Ma non ci si ferma qui. La Fondazione Gimbe, specializzata in ricerche e studi in campo sanitario, ha individuato una serie di contraddizioni contenute nel documento appena presentato dalla coalizione gialloverde. In primo luogo, «le stime sulla spesa sanitaria sono incongruenti rispetto alle risorse assegnate dalla legge di Bilancio». Un altro punto riguarda gli anni 2020 e 2021: l'esattezza dei calcoli continua a dipendere da «utopistiche» previsioni di crescita economica del tipo di quelle sostenute nel recente passato. Poi c'è la spada di Damocle che pende sul settore: lo «spettro della clausola di salvaguardia» voluta dall'Europa, «ovvero il blocco di due miliardi di spesa pubblica in caso di deviazione nell'indebitamento che sicuramente colpirà la sanità»