«Sulla scena do voce a Saviano»

Ovviamente è un successo. E non poteva essere altrimenti. Visto che anche lo spettacolo teatrale ideato da Ivan Castiglione e Mario Gelardi (all’Ambra Jovinelli dal 3 all’8 febbraio) è tratto dal best seller di Roberto Saviano. Si intitola Gomorra e ne firma la regia lo stesso Gelardi. Castiglione, invece, presta volto e voce allo stesso narratore. Ed è così che sulla scena si racconta sì del temibile strapotere della camorra (e non solo in Campania) ma anche delle vicissitudini di quel giovane e intraprendente cronista che ormai è costretto a pagare con una vita «blindata» il suo zelo professionale. «Lo ammetto fa impressione dare voce e volto a una persona reale, tuo contemporaneo. E, nella insolita circostanza, addirittura un amico» commenta Castiglione, raggiunto al telefono prima di salire sul palco del Teatro della Corte di Genova (ennesima piazza da tutto esaurito).
Come è nata l’idea di portare a teatro «Gomorra»?
«Roberto l’abbiamo conosciuto ben prima che uscisse il libro. L’occasione era un reading in libreria in cui Saviano leggeva alcuni brani di quello che sarebbe poi stato il suo libro. Fin da subito mi ha colpito la sua lucidità, mai separata da una capacità fabulatoria fuori dal comune. Poi siamo andati a mangiare in pizzeria e Roberto ha continuato a raccontarci storie e aneddoti che ci hanno colpito al punto di pensare immediatamente a uno spettacolo teatrale».
Insomma avete fiutato il capolavoro prima ancora che venisse incoronato dall’opinione pubblica, dai mass media e dai lettori.
«E la stessa cosa è successa, in fondo, anche per il film di Garrone. Il produttore Domenico Procacci ha fiutato subito che il libro (allora fresco di stampa e ancora lontano dalle tirature a cinque zeri) aveva un potenzionale eccezionale».
Il film di Garrone ha scelto un taglio molto determinato. Voi avete fatto lo stesso? Avete scelto una chiave specifica?
«Dal romanzo di Roberto si potrebbero trarre non uno ma venti spettacoli teatrali, ricco com’è di storie e aneddoti che fotografano una situazione davvero insolita, per non dire peggio. In verità il nostro spettacolo prende ovviamente spunto dal libro ma lo arricchisce con contributo che si collocano solo a lato della storia di Gomorra».
Insomma c’è anche altro.
«C’è per esempio il celebre discorso che Saviano ha tenuto all’inaugurazione dell’anno scolastico di Casal di Principe. In buona sostanza si tratta del celebre j’accuse per il quale ha ricevuto dalla camorra precise intimidazioni. E poi c’è lui, Roberto, con la sua storia e il suo destino».
Il teatro civile ha acquistato, grazie a spettacoli come questo o come quelli portati in giro da Paolini e Baliani, una grande risonanza. Cosa vuol dire per un attore recitare testi che si rifanno direttamente ai grandi drammi della società civile?
«Diciamo molto semplicemente che quando esci da una replica del Giardino dei ciliegi ti lasci il teatro alle spalle. Hai fatto il tuo lavoro e tanto basta. Con Gomorra questo non succede. Alla fine di ogni replica trovo gente in camerino che viene a lamentarsi e a raccontarmi storie di ordinaria violenza. Gente soffocata dallo sconforto per una situazione che sembra impossibile da raddrizzare».
Più che una tournèe, il vostro sembra un tour de force. Trovate delle differenze nell’accoglienza del pubblico?
«Abbiamo debuttato al Mercadante di Napoli, grazie anche all’interessamente dell’allora direttore Ninni Cutaia. Ed è stato subito un successo. Due settimane di tutto esaurito con tre repliche straordinarie. In tutt’Italia la gente ci applaude e partecipa con grande curiosità a quanto portiamo sulla scena. Il tutto esaurito lo abbiamo fatto, però, anche in posti come i paesi del Casertano dove avvertivamo che il pubblico si sentiva saturo riguardo a problemi che conosceva direttamente e di cui non vorrebbe più parlare».
Saviano ha visto lo spettacolo?
«Due volte. La prima era un’anteprima a porte chiuse a Napoli. La seconda è stata proprio a Roma l’anno scorso al Valle. Dove si è infilato in un palchetto all’ultimo minuto per non farsi vedere da nessuno».