Sulla scia delle Sirene, alle origini di un mito millenario Da Ulisse alle insegne balneari

Infiniti, i pericoli che Ulisse affronta per tornare a Itaca, nemici e insidie di ogni genere, tutti però animati dal suo nemico, il dio del mare Poseidone. Il poema con cui l’umanità si riconosce una ciurma, salpata da un porto e diretta a un altro porto, e in cui nasce la letteratura di viaggio e d’avventura, ci presenta un viaggiatore naufrago e in lotta col mare. Poiché è il signore del mare il suo vero nemico, e il mare è il regno dell’ignoto. Ulisse affronta i Ciclopi, congiunti a Polifemo e rappresentanti di un’umanità pregressa, belve umane, per dirla con Foscolo, ominidi per dirla con Yves Coppens. E quegli esseri preumani rappresentano una fase del tempo che precede i nostri simili, come il mare atemporale dell’origine e dell’abisso. E, in mare, l’isola dei lotofagi, i mangiatori del fiore che reca oblio, fino a farti smemorare la tua origine, la tua meta, lo scopo per cui viaggi e sei partito, e quindi il tuo nome, la tua stirpe. Dal mistero marino appaiono quindi i giganti preumani, prereligiosi, e gli incantati nemici dell’uomo Ulisse, il quale si riconosce in coscienza, storia, identità, agonismo col tempo: i valori della Grecia nascente di cui egli è il simbolo.
I veri nemici dell’uomo in mare, di isola in isola, ossesso nella volontà del ritorno, non sono solo i miraggi che rallentano il ritorno, non sono quindi gli allettamenti di Calipso e Circe, strazianti prove d’amore dell’anima magica del mondo, ma esseri che negano civiltà e memoria, cancellando il tempo: non la sospensione nel canto di Calipso, che reca Ulisse in un altro mondo di voce e sogno, la grotta subacquea, ma il terribile regno del nulla, il nulla che, di fronte al suo antropomorfico rappresentante Polifemo fa dire a Ulisse «Io sono nessuno», frase che non è un trucco, ma un’angosciosa quanto subitanea paura d’essere davvero nulla e nessuno.
E i mangiatori di loto che genera oblio, i drogati, gli “uomini vuoti” di Eliot che passeggiano senza senso e senza coscienza del proprio essere al mondo. Il loro simbolo sarà quindi la nemica della memoria, figlia del mare, crudele anche se alata, che nel cuore oceanico incanta i naviganti: la sirena. La sua voce che ammalia è in realtà la voce che ti trascina all’abisso, mentre la rotta sulla superficie dell’acqua svanisce.
Gli orecchi dei suoi compagni devono essere riempiti di cera, mentre a Ulisse, il capo, il nocchiero, il re della petrosa Itaca, è concesso udirne il canto, come si concede a un eletto. Ma a patto che si faccia legare all’albero: altrimenti si butterebbe nel fondo, non resisterebbe. Da un lato è costretto a legarsi per resistere alla voce della sirena, dall’altro, in quanto eroe, la deve udire, conoscere, farne memoria. Strano: il mito greco ci parla di un giovane che si perse annegando in una pozza alla ricerca disperata della propria immagine riflessa, mentre una voce di ragazza lo chiamava inutilmente, così inutilmente che fu detta Eco.
Probabilmente il mito della sirena e quello di Eco e Narciso s’incontrano, se non s’incrociano, mentre il primo si sviluppa: da mostro alato, mezzo donna e mezzo uccello, diviene elegante animale acquatico, dalle forme sinuose fino a proteggere la rotta della nave, apposta, in veste di polena, alla prua. Fino a divenire tragico testimone della nostra doppia natura nella fiaba di Andersen, La Sirenetta, mito della disperata coesistenza di eternità e presente, ma anche rievocazione cristica di un essere immortale che si fa mortale per amore dell’uomo.
Queste considerazioni da parte di chi, lavorando da tempo sulla voce e i suoi incanti, non potendo sfuggire al mito della sirena, legge un libro che non s’inoltra in tal genere di riflessioni, ma affronta dal punto di vista storico e antropologico la sirena e il suo canto ammaliante: Il rovinoso incanto. Storie di Sirene antiche di Loredana Mancini (il Mulino). Con risultati eccellenti. Un tema così importante, centrale nella cultura di millenni, implica studi e d’ampio raggio, e sottende anche una certa dose di coraggio. Con umiltà pari alla determinazione, Loredana Mancini affronta l’impresa di uno studio del mito di Sirena. Consapevole che la letteratura e l’iconografia in materia è vastissima, si prefigge solo uno scopo di sintesi e ragguaglio delle principali interpretazioni e vite della Sirena nel mondo antico, ma in realtà va oltre.
Rigoroso, documentatissimo, mai accademicamente dotto, il libro deve entrare nella biblioteca di chi voglia conoscere un mito fondante della civiltà umana, che, come suggerisce l’autrice, ha finito col comparire, dal secondo ’900, anche nei nomi e nelle insegne di molti stabilimenti balneari. Con grande felicità di molti, speriamo. Non c’è solo la sirena terrifica, quella vera, quella di Ulisse, del mistero della voce del nulla, ma anche quella che ha subìto le metamorfosi capricciose eppur mai arbitrarie dell’estro umano, mutata in sogno marino, azzurro, dono di felicità attimica. Non ne dimenticherò la voce annichilente, stasera, al bar dei «Bagni Sirena Azzurra», sorseggiando un White Lady. Credo che ciò a Ulisse non sarebbe dispiaciuto.