Sulla strada maledetta con i nostri soldati nel mirino dei talebani

REPORTAGE. Due attentati in due giorni contro un convoglio di bersaglieri nell'Ovest dell'Afghanistan. Aumentano le tensioni. <a href="/a.pic1?ID=292215" target="_blank"><strong>Militare italiano muore per un malore</strong></a>: faceva parte del convoglio attaccato

Herat (Afghanistan) - Una pista solitaria, che si snoda come un serpente in mezzo alle montagne di sabbia della desolata provincia afghana di Badghis. Il paesaggio è spettacolare, ma in un attimo può trasformarsi nell’inferno per le colonne italiane che sono costrette ad infilarsi sulla strada maledetta. Come è successo per ben due volte nelle ultime 48 ore.

Venerdì la compagnia Demoni stava rientrando da Bala Murghab, l’avamposto nell’Afghanistan occidentale che in agosto i soldati italiani della brigata Friuli, avevano strappato ai talebani con le unghie e con i denti. Una trappola esplosiva li attendeva al varco lungo la pista maledetta. Uno dei blindati Lince del convoglio ha resistito al botto dell’ordigno piazzato dai talebani. I soldati italiani chiamano questi scatoloni di acciaio e tecnologia «salvavita». E non a caso il primo caporal maggiore Attilio Porcaro, 24 anni, è rimasto solamente contuso, poche escoriazioni e un colpo di frusta. Lo hanno portato via in elicottero. Il mezzo, però, era danneggiato e la colonna ha bivaccato a Mangan, una piccola base in costruzione.

I talebani devono avere calcolato tutto e quando i bersaglieri si sono rimessi in marcia, ieri mattina, li hanno attaccati di nuovo. Prima con un ordigno esplosivo sulla stessa pista maledetta. La bomba, per fortuna, era sul ciglio della strada e la colonna ha proseguito senza subire particolari danni. Subito dopo, però, i tagliagole islamici hanno fatto scattare un’imboscata. «Sono stati esplosi colpi di armi da fuoco e lanciati dei razzi contro i blindati che hanno risposto con le mitragliatrici Browning. In appoggio sono intervenuti anche gli elicotteri Mangusta» spiega da Herat il colonnello Carmelo Abisso. Fortunatamente nessun danno.

Il portavoce del contingente italiano nell’Afghanistan occidentale precisa: «Non è ancora un tiro al piccione, ma i due attacchi sono segnali che ci mettono in guardia». Dal quattro agosto i soldati italiani si sono spinti fino a Bala Murghab, una ridente vallata nel desolato paesaggio delle montagne di sabbia. Rifugio sicuro per i talebani della zona dove non avevano mai visto un soldato della Nato. Bala Murghab è a una quindicina di chilometri dal poroso confine con l’ex repubblica sovietica del Turkmenistan. I talebani usano la vallata come via di traffico per l’oppio diretto verso l’Europa in cambio di armi.

La compagnia Aquile del 66˚ reggimento Trieste ha vissuto a Bala Murghab il battesimo del fuoco tenendo i ruderi di un vecchio cotonificio trasformato in fortino. «Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno dell’avamposto, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco. Mi sono attaccato alla mitragliatrice Browning e ho cominciato a sparare» racconta il primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta. Il 5,6 e 7 agosto i talebani hanno cercato di travolgere il fortino, ma gli italiani non hanno mollato e gli attacchi sono proseguiti a fasi alterne.

I bersaglieri colpiti nei giorni scorsi avevano appena ricevuto il cambio al «fortino» dagli alleati spagnoli. Chi scrive aveva percorso prima di loro la pista maledetta con un altro convoglio italiano. I Predator, velivoli pilotati a distanza, precedono la colonna segnalando qualsiasi movimento sospetto. Una macchina con un solo uomo al volante potrebbe essere minata. I kamikaze, però, si sono fatti furbi e a bordo piazzano dei manichini per evitare di dare nell’occhio. Dentro un blindato Lince bisogna allacciarsi le cinture, come piloti di formula uno, proprio per evitare di venir sbalzati per aria da un’esplosione. Chi sta in ralla, la botola sopra il tetto, ha il dito sul grilletto della mitragliatrice Browning. E nelle dieci ore di viaggio fino alla base sicura di Qal i Nau si trasforma in una sfinge di sabbia.

L’incubo peggiore sono le trappole esplosive facili da piazzare su una pista di sabbia. Un americano che viaggiava sulla stessa pista, ma su un gippone basso Humvee, si è ritrovato le due gambe staccate di netto dall’esplosione ed è morto dissanguato. Fra le montagne di sabbia le poche abitazioni sembrano villaggi fantasma e lungo la strada si incrociano solo pastori o nomadi con le mandrie di cammelli. Anche loro un potenziale pericolo: non sai mai se si prestano a fare da vedetta ai talebani.