«Sulla Tav furbizie inutili: bisogna rischiare»

Paolo Brusorio

da Milano

«Non c’è solo la sindrome “non nel mio cortile” che blocca le grandi opere, ma qualcosa di più profondo che fa dell’Italia un Paese ripiegato su se stesso. Conservatore e con poca voglia di rischiare».
Chicco Testa, tra i fondatori di Lega ambiente, in Parlamento col Pci-Pds, poi, come maligna qualche suo nemico, dall’altra parte della barricata a capo dell’Enel e ora presidente di Roma Metropolitane, non rinnega il suo passato ma non fa sconti al presente. La giunta Marrazzo blocca la riconversione a carbone della centrale Enel a Civitavecchia e lui, con un intervento sul Messaggero di ieri, fa pelo e contropelo alla decisione. Con queste motivazioni. «Nel programma di Prodi sull’energia il carbone occupa uno spazio importante; in Parlamento è stata votata all’unanimità una mozione bipartisan che conteneva riferimenti precisi all’utilizzo di questa fonte di energia...».
Quindi?
«Quindi la decisione del presidente del Lazio è deviante rispetto all’indirizzo nazionale. Inoltre l’opzione gas è già stata bocciata qualche anno fa dai politici locali».
Lei parla di logiche politiche che prevalgono su quelle tecnico-scientifiche: che cosa significa?
«Che si preferisce, soprattuto in campagna elettorale, tenersi buone le minoranze ambientaliste e no global, piuttosto che rispettare le valutazioni degli esperti. La scelta dell’Enel su Civitavecchia è in linea con il mercato energetico, con i parametri europei e con le valutazioni di esperti della medicina, come per esempio il professor Umberto Veronesi».
No alla centrale Enel a carbone di Civitavecchia, no alla Tav, al Mose, al Ponte sullo Stretto. D’accordo, il partito del «no» esiste, ma insieme a chi lotta?
«La cultura ambientalista a senso unico trova terreno fertile nella mentalità stagnante e conservatrice del paese. I risultati sono sotto gli occhi di tutti».
Scusi, ma a frenare sulle grandi opere è l’Unione non la Casa delle libertà?
«A livello nazionale sono tutti d’accordo, poi quando scendono sul territorio le cose cambiano. In entrambi gli schieramenti. Prenda la Tav: a dar ragione ai contestatori dell’Alta velocità non c’era anche il leghista Borghezio? E tra coloro che non vogliono il Ponte sullo Stretto non ci sono anche amministratori di centrodestra?».
Riscusi, ma è nel programma dell’Unione presentato sabato da Romano Prodi che non c’è traccia della linea Torino-Lione. Non in quello del Casa della libertà.
«Il silenzio sulla Tav mi ha sorpreso, ma è non stato certo casuale. Sono convinto che Prodi e Fassino siano favorevoli, ma con gli alleati hanno in piedi già molte discussioni. Ecco, non citare la Tav nel programma è stata solo una piccola furbizia per eliminare un ulteriore oggetto del contendere».
Quanto può durare il bluff?
«Poco, viste le posizioni molto puntigliose del presidente della Regione Piemone, Bresso, e del sindaco di Torino, Chiamparino. L’Unione farà in fretta a cambiare idea».
A quel punto Verdi, Rifondazione, Comunisti abbasseranno la testa o terranno in ostaggio Prodi?
«Dovrebbe chiederlo a loro, ma credo che alla fine troveranno un compromesso. Forse basterà fare un po’ di informazione in più e le cose, anche con i cittadini coinvolti nella Tav, si chiariranno».
Lei che stato ambientalista («e lo sono ancora!»), che cosa condivide del popolo dei no?
«Poco. Bisogna distinguere caso per caso, ma in questi cinque anni abbiamo già perso terreno e così facendo peggioreremo la situazione. Senza la Tav, l’Italia finisce ancora più a sud dell’Europa. Fare politica è anche prendere decisioni impopolari, altrimenti non si va avanti».
I verdi francesi applaudono la Tav; quelli svizzeri fanno il tifo per la supergalleria del Gottardo. Lei che li conosce da vicino, perché Pecoraro Scanio e i suoi vanno dalla parte opposta?
«Perché nei verdi italiani sono migrati molti gruppi provenienti dall’estrema sinistra. Che hanno portato nel movimento una concezione pauperistica della società. Impregnata di una cultura anti-imprenditoriale al motto di “stanno facendo grandi affari”. In parte, ma solo in parte, giustificata dalla reputazione delle grandi opere pubbliche, non proprio immacolata dopo Tangentopoli».
All’estero è diverso, però?
«In Francia hanno a che fare con uno Stato più forte, tanto che il nucleare non è mai finito in discussione. In Germania hanno ricoperto importanti responsabilità di governo, superiori a quelle dei verdi in Italia, e hanno impegnato uomini del calibro di Joschka Fischer».
Quanto paga allora la politica del Sole che ride all’italiana?
«Molto poco, visto che sono fermi da anni al due per cento».