«Sulle banche troppi errori della sinistra»

L’ironia del deputato: «Tanto ora le primarie risolveranno tutto, no?»

da Roma

Un forte rimpianto ed un allarme crescente. Alberto Nigra, riformista diesse ed ex-segretario del partito a Torino non è soddisfatto per quel «che si poteva fare e non si è fatto» in tema di regole di sistema, vista la bufera bancario-politico-finanziaria che continua ad imperversare. Ma avverte con ancora maggiore preoccupazione lo «strano» connubio che avanza da giorni su gran parte della carta stampata «tra queste vicende ed il costo della politica»...
Cosa vede: un salto all’indietro? Un ritorno alla ghigliottina giudiziaria sulla politica...?
«Mi limito ad osservare che sempre più spesso si associano i discorsi, il che mi pare improprio. Perchè è vero che la politica ha i suoi costi, ma questa insistenza...».
... le pare sospetta. Ma allora Nigra: vede un mandante dietro questa manovra?
«No. Ma guardi che in questo Paese si parla. Basta una cena, un abboccamento e i ragionamenti escono allo scoperto. Magari in un italiano un po’ più appropriato di quello intravisto nelle intercettazioni telefoniche dei giorni scorsi».
Lei di nomi non ne fa, ma in parecchi nel suo partito guardano con un certo sospetto ad una parte del mondo imprenditoriale che, magari, proprio a sinistra sembrava guardare.
«Intanto diciamo che non la sinistra, ma il Pci prima e i Ds poi, hanno sempre dialogato col mondo imprenditoriale: nella differenza dei ruoli, eh!, anche con momenti di scontro forte. Ma con la prospettiva dei grandi accordi, come accadde anche all’epoca della concertazione. Detto questo, mi preoccupo oggi della prospettiva perchè ci troviamo su un terreno dove non esistono più regole. Dovevamo intervenire, ci stavamo anzi quasi riuscendo...».
... e invece?
«Nel discorso sul risparmio bancario c’è stata una fase in cui il dialogo tra noi e la maggioranza sembrava poter prendere corpo. Invece il filo si è rotto e forse il centrodestra oggi si mangia le mani. Rimpiango il fatto che il centrosinistra non abbia proseguito la battaglia, anche perchè forse grazie ad una certa trasversalità - l’Udc era contraria, ma Tabacci marciava e con lui tanti altri - si sarebbe potuto realizzare qualcosa».
Anche a costo di rompere a sinistra?
«Perchè no. Sarebbe servito al Paese. E oggi non saremmo qui a discutere di Fazio-sì Fazio-no».
Montezemolo è per un secco no.
«E sono sorpreso l’abbia messa giù così dura. Perché qui le dimissioni sono l’ultimo dei problemi. Il nodo è l’esigenza di regole semmai. Lo so che sembra una banalità, ma quel che serve al sistema Paese è proprio stabilire norme certe che evitino confusione di ruoli: magistrati che vogliono diventare premier, industriali che aspirano ad una poltrona da ministro, imprenditori che divengono rentier come si dice oggi o che protestano perchè l’Unipol compra una banca in modo del tutto legittimo. C’è un eccesso di protagonismo di troppi, un crescente sospetto che si punti a far fuori la politica ma anche - per quanto ci riguarda - l’uso smodato di slogan a danno di concrete proposte di programma».
Tipo?
«Pensi al tempo perso sull’articolo 18 senza dedicare spazio alla riforma delle pensioni o al discorso della ricerca e dello svilippo o, ancora, alla manovra sull’Irap».
La ricetta per ovviare al problema?
«Be’, noi del centrosinistra abbiamo le primarie che risolveranno tutto, no?».
Cosa fa, ironia?
«Appena appena un filo».