"Sulle foibe siamo stati ciechi per ideologia"

Roma - Prima il dramma: le foibe, le fucilazioni, «lo sradicamento della presenza italiana» tra il 1943 e il 1946, la «tragedia collettiva di un intero popolo» travolto in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia da «un moto di odio e di furia sanguinaria» che è presto diventato una vera «pulizia etnica». Poi, la lunga, lunghissima, «congiura del silenzio» nel periodo della guerra fredda, la cecità ideologica, l’inaccettabile copertura che abbiamo dato a quell’«imperdonabile orrore contro l’umanità». Ma ora basta, dice Giorgio Napolitano, ora non si può più «tacere», bisogna ammettere che per sessant’anni abbiamo coperto «una delle peggiori barbarie del secolo scorso».
Al Quirinale, nel salone dei Corazzieri, le celebrazioni per la giornata del ricordo istituita da Carlo Azeglio Ciampi. Il capo dello Stato non fa giri di parole per rileggere quella pagina di storia. «Non dobbiamo più tacere», dice. Anzi, aggiunge, dobbiamo assumerci «la responsabilità dell’aver negato o teso a ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali». E ripercorre quegli «orrori», ricordando «l’odissea dell’esodo di fiumani, dalmati e istriani», il disastro di «migliaia e migliaia di famiglie i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe», la «cieca violenza che si scatenò in quelle terre».
Le colpe del regime di Tito, insiste Napolitano, sono chiare. «Già nell’autunno del ’43, come è stato scritto, si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che cessò di essere la Venezia Giulia». In quegli anni, spiega il capo dello Stato, attorno a Trieste la contesa territoriale si mischiò con lo scontro ideologico e con la ferrea logica dei blocchi, producendo mostruosità. «Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria e un progetto annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1946 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica».
Ci sono voluti sessant’anni per superare «pregiudiziali», veti incrociati e logiche di schieramento politico che impedivano di discutere di quella tragedia per arrivare alla legge del 2004 che istituisce la giornata del ricordo. Così adesso il capo dello Stato può distribuire 22 medaglie alla memoria delle vittime di quella barbarie: funzionari statali, impiegati, militari, cittadini catturati dai partigiani jugoslavi tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’46 e fatti sparire. «Un riconoscimento troppo a lungo mancato». Di alcuni di loro non si è saputo più nulla, di altri sono stati ritrovati i resti nelle foibe.
E adesso, conclude Napolitano, «adesso che abbiamo posto fine a un giustificabile silenzio e possiamo trasmettere la memoria ai giovani», occorre girare pagina. L’Italia è «impegnata a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all’ingresso nell’Unione», però andare avanti non significa dimenticare. «Vogliamo fermamente la riconciliazione, ma anche il ristabilimento della verità».