Sulle note di un concerto prove di disgelo tra Corea e Stati Uniti

Storica «prima» a Pyongyang della Filarmonica di New York

Sulle note di Gershwin e dei rispettivi inni nazionali, è clamoroso disgelo tra Stati Uniti e Corea del Nord. Diretta da Lorin Maazel, la Filarmonica di New York ha tenuto ieri a Pyongyang un concerto di grande simbolismo politico, che ricorda la «diplomazia del ping pong»: era l’aprile del 1971, Pechino invitò la squadra nazionale Usa a cui, dopo un viaggio segreto di Kissinger alla Città Proibita, seguì la riapertura dei rapporti, interrotti nel 1949, fra i due Paesi col viaggio di Nixon in Cina nel 1972. Adesso, il concerto e il successo della maggior orchestra americana in un Paese con il quale non solo esiste ancora tecnicamente lo stato di guerra (visto che all’armistizio del ’53 non è seguito alcun trattato di pace) ma che George Bush nel 2002 ha anche inserito nell’«asse del male». Solo ventotto anni fa si visse un’emozione così intensa, quando Lee Bang Eunn, violoncellista sudcoreana emigrata negli Stati Uniti, salì su un aereo diretto in Corea del nord per partecipare a un concerto. Accanto al violoncello si portava dietro una segreta speranza: ritrovare il fratello minore, rimasto con il padre al Nord allo scoppio della guerra fratricida, mentre lei con la madre era riuscita a fuggire al Sud. Dopo alcuni giorni di ricerche, ritrovò il fratello ma l’emozione più grande fu quella di scoprire che era diventato un affermato pianista. Suonarono tre pezzi di Beethoven per violoncello e pianoforte in un megateatro. E suonarono come se lo avessero fatto insieme da una vita. Il loro abbraccio finale strappò un’ovazione interminabile ai 6.000 spettatori in lacrime.
Questo primo contatto culturale fra due nemici avviene inoltre nel pieno di una disputa sulla piena osservanza da parte del Nord di un’intesa internazionale firmata l’anno scorso dove s’impegnava a rinunciare al nucleare in cambio di aiuti. Proprio ieri Condoleezza Rice era a Pechino per spingere la Cina a far pressioni su Pyongyang e chiudere la questione. Ogni particolare del concerto è stato curato e caricato di significato politico: la bandiera a stelle e strisce accanto a quella del Nord; alcuni orchestrali di origine coreana; il preludio, nel programma,del terzo atto del Lohengrin di Wagner, esaltazione di amicizia; la «Sinfonia del Nuovo Mondo» di Dvorak, esaltazione dell’America; un classico motivo popolare coreano amatissimo nel Nord e nel Sud; «Un americano a Parigi», di Gershwin, presentando il quale Maazel ha augurato che un giorno sia composto «Un americano a Pyongyang», suscitando applausi su applausi. Alla fine la standing ovation di un pubblico politicamente selezionato, belle donne in costume e alti esponenti: tra loro, il capo dei negoziatori coreani sul nucleare, e seduto accanto a lui, l’ex Segretario Usa alla Difesa, William Perry.
È stato il Nord a invitare l’orchestra che, incoraggiata e sostenuta dal Dipartimento di Stato, ha posto come condizione che il concerto fosse trasmesso in diretta, come è avvenuto, per Tv e per radio. Per l’occasione, dalle strade sono stati tolti i grandi cartelloni propagandistici contro l’imperialismo americano. La Casa Bianca comunque minimizza: «Il Presidente pensa che alla fine si sia trattato solo di un concerto», ha detto la portavoce di George W. Bush, Dana Perino, che ha poi rinnovato l’appello al «regno eremita» perché rispetti gli impegni presi sullo smantellamento del suo programma nucleare. Ma per l’anno prossimo la Corea ha già invitato Eric Clapton...