Sulle orme dei pellegrini

Il pellegrinaggio è uno dei caratteri del medioevo. È il segno di una civiltà che si riconosce povera, ma coesa, e questo le consente di essere errabonda e senza confini. Nei secoli attorno al Mille in Europa sono in molti a spostarsi in un movimento continuo, che prende i nomi più diversi, a seconda del ceto sociale e del fine dichiarato prima di prendere la strada. I cavalieri erranti si incontrano con i monaci questuanti, i mercanti di stoffe con i pellegrini, i crociati sulla via del Santo Sepolcro con i primi curiosi che gettano le basi di quello che sarebbe diventato il turismo.
Raymond Oursel ha dedicato la propria vita a studiare e raccontare questo mondo. Il sottotitolo del suo testo più noto, Pellegrini del Medioevo, è Gli uomini, le strade, i santuari. Non potrebbe essere più asciutto, ma neppure più esplicito. Il pellegrinaggio è avventura di uomini che ad esso si dedicano totalmente, non esperienza priva di rischi o di breve durata. È destinato a segnare una vita, a darle carattere e forma. Prima di partire si sistemano gli affari, si fa testamento, si saluta la famiglia. Il ritorno è incerto. Esiste una cerimonia di investitura presso la parrocchia di partenza. Ci sono abiti e oggetti che segnalano la natura di pellegrino, e si cerca di evitare gli abusi, le appropriazioni indebite della simbologia penitenziale.
Perché il pellegrinaggio è esperienza di vita, arricchimento di conoscenze, ma anche penitenza, accettazione della sofferenza che è alla base del Mistero dell’Incarnazione. Il cammino che il pellegrino percorre è sempre alla volta di un santuario, verso il luogo dove sono conservati i miracolosi resti mortali di un santo, di solito raccolti e composti dai fedeli dopo il martirio. Nel caso più clamoroso, quello delle reliquie di San Giacomo Maggiore a Santiago di Compostela, le reliquie hanno scelto la propria collocazione terrena attraverso un itinerario miracoloso. Il corpo del santo martirizzato in Palestina è stato ricondotto su di un vasello celeste, sospinto dagli angeli fin nella Spagna dove aveva predicato, primo cristianizzatore della regione. Come ricorda Dante, il vero e proprio pellegrino è quello che cammina alla volta di Santiago. Chi va a Roma andrebbe definito romeo, e palmare chi invece si muove alla volta di Gerusalemme, il terzo polo della cristianità occidentale.
Le strade sono quelle medievali, non più quelle romane. Una rete di sentieri in continua mutazione al cambiare delle stagioni, meteorologiche e politiche. Un’alluvione, la distruzione di un ponte, la fondazione di un luogo sicuro dove passare la notte o l’ardire di una banda di taglieggiatori inducono a deviazioni e cambiamenti di percorso. Raggiungere a piedi Santiago dalla Francia, dall’Italia o dalla Germania, e a piedi ritornarne, significa investire molti mesi della propria vita. Ma il pellegrino sa anche che spesso quella che vive è un’occasione unica, perciò non esita ad allungare il viaggio e ad affrontare deviazioni impegnative pur di raggiungere luoghi che altrimenti non potrebbe sperare di vedere mai. Per i più acculturati esistono testi che descrivono i percorsi e forniscono consigli sul viaggio. Ci sono persone che accompagnano i più timorosi, organizzando viaggi collettivi e percependo un compenso. Ci sono anche pellegrini di professione, che compiono il percorso di espiazione al posto di chi ha fatto il voto e non se la sente di assolverlo di persona.
Tracce di tutto questo rimangono nell’Europa di oggi. C’è un desiderio di riscoperta, si sente la mancanza di questo modo di andare che collegava con forza maggiore di quanto non facciano i viaggi aerei. L’Unione Europea ha riconosciuto il valore di alcuni percorsi, primi fra tutti il Cammino di Santiago nel Nord della Spagna e la Via Francigena da Canterbury a Roma, e non mancano i nuovi pellegrini, che non sono poi così diversi da quelli del medioevo, che non erano né sfaccendati, né bigotti. Avevano solo un più solido senso della vita.