Sulle pensioni i sindacati fermano anche Fassino

da Roma

La «riforma» pensionistica del governo Prodi rappresenterà un passo indietro rispetto alla situazione attuale. Ne sono convinti tutti gli esperti del settore, economisti e giuristi; ma anche molti politici, e non soltanto del centrodestra. «Si sta facendo retromarcia su tutto», denuncia Roberto Maroni. Cancellare lo «scalone» costa molti miliardi di euro (9 miliardi a regime), e il «no» di sindacati e sinistra massimalista a ogni forma di soluzione intermedia sull’età pensionabile rischia di trasformare la «riforma» in un buco finanziario annunciato. Piuttosto che una simile operazione a perdere, dice Lamberto Dini, «papà» della riforma del ’95, teniamoci lo «scalone». Anche perchè, intanto, le pensioni continuano ad aumentare di numero: nel periodo 2000-2005, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, il loro numero è cresciuto di circa 1.120.000 unità, superando la soglia dei 23 milioni e 300 mila, su una popolazione di 57 milioni di abitanti. Due pensioni ogni cinque cittadini.
Fassino e i sindacati. Dalle colonne dell’Unità, Piero Fassino invita i sindacati a raggiungere un accordo sulle pensioni «non solo per superare lo scalone» che dal 1 gennaio 2008 porterà a 60 anni l’età pensionabile per tutti. «Se lo si vuole superare, come chiedono i sindacati - aggiunge il segretario ds - bisogna fare un nuovo accordo che preveda un regime diverso per l’età, prevedendo incentivi che favoriscano una più lunga permanenza al lavoro». Ma l’ala più dura del sindacato ribatte: al governo deve essere chiaro che togliere lo scalone non rappresenta un favore ai lavoratori, ma «è solo una misura iniqua da cancellare», dice il segretario del metalmeccanici Cgil, Giorgio Cremaschi. «No» secco all’aumento dell’età pensionabile anche dal ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero. E il titolare del Lavoro Cesare Damiano frena: «Non ci sarà alcun intervento radicale: solo aggiustamenti. Vogliamo rendere più morbido il passaggio alla pensione - aggiunge - utilizzando il part time, e lasciare aperta una porta al di sotto dei sessant’anni, individuando i lavori usuranti».
Una riforma a perdere. A sentire questi propositi, l’impressione netta è che quella prodiana sarà una riforma a perdere. Dice Roberto Maroni: «Il governo sta facendo retromarcia su tutto, dalla legge Biagi alle riforma previdenziale, senza neppure spiegare il perchè. Di pensioni - ricorda l’ex ministro del Welfare nel governo Berlusconi - abbiamo discusso a lungo col sindacato, e quella realizzata è stata la migliore soluzione possibile». Lo stesso Lamberto Dini, che era premier nel ’95 quando si realizzò il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, oggi è «molto deluso» dai progetti di Prodi. «Se questo è davvero l’orientamento del governo - spiega - significherebbe rinunciare di fatto alla riforma previdenziale, che pure figurava nel Dpef in testa alle riforme strutturali da fare. Il solo ricorso agli incentivi - aggiunge l’esponente della Margherita - non basta a garantire i nove miliardi di risparmio dello scalone. E l’ipotesi di Bertinotti quella cioè di applicare a tutti gli operai la nozione di lavoro usurante, significa svuotare la riforma di significato». Tanto vale tenersi lo scalone, osserva Dini.
E le pensioni aumentano. Mentre il dibattito va avanti, lo Stato continua ad erogare sempre più pensioni. Secondo gli artigiani di Mestre, dal 2000 al 2005 si sono concessi un milione e 221 mila trattamenti in più, con un totale di 23.257.480 assegni erogati da tutti gli enti previdenziali del Paese. L’incremento maggiore di pensioni si è avuto in Campania (+13,4%), Calabria (+11,6%), Valle d’Aosta (+11,5%), Sardegna (+11%) e Puglia (+10,78%). In particolarte sono aumentate le pensioni assistenziali (sociali, d’invalidità, eccetera): + 41% in cinque anni. Ed è aumentata, sempre nel 2005, del 4,1% la spesa pensionistica per i dipendenti pubblici.