Sulle regole di ingaggio è scontro: tempi incerti per la missione Onu

La Francia si offre di assumere il comando Il Libano invierà oggi nel Sud le prime truppe

Andrea Nativi

Gli auspici del segretario generale aggiunto dell'Onu, che parla di dispiegamento di un primo nucleo di 3.000-3.500 caschi blu in Libano nel giro di 10-15 giorni, rischiano di rimanere disattesi, mentre la tregua provvisoria tra Israele ed Hezbollah resta fragile. La situazione infatti è quanto mai confusa. E in questo contesto lo stato maggiore israeliano si sta preparando a mantenere una forte presenza militare in Libano, per una profondità di almeno 15 km, che «potrebbe protrarsi per mesi». Dichiarazioni che coincidono con il pronostico del maggior generale Alain Pellegrini, attuale comandante dell'Unifil, secondo il quale la nuova forza Onu raggiungerà la sua massima consistenza, fissata in 15.000 uomini, «non prima di novembre».
Intanto Hezbollah si mostra riluttante ad adempiere a una delle precondizioni per lo spiegamento dell'Unifil, il ritiro dei suoi combattenti e dei relativi armamenti a nord del fiume Litani. E se Hezbollah non smobilita, posto che sarà ben difficile verificare cosa faranno davvero i guerriglieri, l'esercito libanese avrà seri problemi a fare la sua parte, anche se il governo di Beirut ha deciso di inviare uomini e mezzi a sud a partire da oggi. Tsahal da parte sua non è disposto a fare un reale passo indietro se non quando truppe libanesi e Onu saranno in posizione.
A New York intanto ci sono i rappresentanti politici e militari di 45 paesi che discutono e litigano. Tutti vogliono chiarimenti o una modifica del mandato attribuito dalla pasticciatissima risoluzione 1701 all'Unifil. E se c'è chi vorrebbe ampliare al massimo la possibilità di ricorrere alle armi, non solo per autodifesa, ma anche per imporre il rispetto integrale della risoluzione, altri propendono per una interpretazione restrittiva. Ma al di là delle dichiarazioni ambigue contenute nel testo, nessuno si azzarda a chiedere ai caschi blu di procedere al disarmo di Hezbollah.
Lo ha confermato indirettamente la stessa Condoleezza Rice, segretario di stato statunitense, in una intervista a Usa Today: «Credo nessuno si aspetti che la forza Onu disarmi fisicamente Hezbollah, credo ci sia un po' di approssimazione quando si parla del disarmo di una milizia e soprattutto della speranza che alcuni dei suoi membri consegnino le armi volontariamente».
Non ci si stupisce quindi se nessun paese per ora si è formalmente impegnato a partecipare alla nuova Unifil. E la Francia solo ieri si è offerta di guidare la forza Onu e di mandare in campo il contingente più numeroso, stimato in 4-5mila uomini. Gli altri Paesi, del resto, da Italia e Germania, da Turchia a Spagna, da Indonesia e Malesia non sono pronti a firmare cambiali in bianco. Per fortuna.
Per ora in Libano l'Unifil può contare su meno di 2.000 uomini con sole armi leggere e capacità militari inesistenti. Qualche politico ha proposto di potenziare in fretta questo contingente aggiungendo qualche migliaio di soldati con equipaggiamento leggero. Le forze pesanti poi affluirebbero nel giro di due o tre mesi. Si tratterebbe di una mossa avventata e pericolosa. Nella storia delle missioni di pace i contingenti inviati nella prima fase, quando sono al massimo la tensione e la possibilità che si verifichino incidenti, sono potentemente armati. Solo in un secondo tempo, quando la situazione si stabilizza, si può procedere a un alleggerimento e magari a una riduzione degli effettivi. Non sarebbe saggio o prudente cambiare approccio.