Sulle tracce dei "beat" a Shiraz

Il nostro inviato continua il suo viaggio on the road sulla rotta degli "hippy" addentrandosi nell'Iran meno conosciuto. Questa volta è a Shiraz. Dalla cittadella a Persepolis e Pasagardae 

nostro inviato a Shiraz

L'ufficio informazioni turistiche, nell'area pedonale di fronte alla fortezza di Karim Khan, ha solo cartine di Shiraz in inglese, farsi, tedesco, francese e spagnolo. “Italian? Finished, sorry”, spiega contrita l'impiegata, e non è chiaro se stia scherzando o meno. In compenso di stranieri, e anche di italiani, qui in giro, ce ne sono un bel po'. Potenza non tanto di questa città quanto dei suoi celebri dintorni: Persepolis e Pasargadae, le antiche capitali degli Achemenidi. Qui la Persia è più Persia che Iran, e le sue potenzialità turistiche si esprimono in maniera più compiuta. Tutti gli alberghi, di standard superiore rispetto al resto della nazione, offrono tour diretti alle rovine delle città di Ciro e Dario, i “Grandi”. E questa gloriosa pagina della storia preislamica del Paese risveglia l'orgoglio degli abitanti di Shiraz. “Sempre più bambini vengono chiamati Khouros o Dariush, in onore dei nostri antenati, quelli che hanno dato il nome alla Persia”, spiega entusiasta Mohamed, evidentemente nato quando questa moda non aveva ancora preso piede. Lui, giovane musulmano, racconta anche del ritorno di popolarità della religione zoroastriana. “I templi del fuoco tornano a riempirsi, e il culto di Ahura Mazda fa nuovi proseliti, non più soltanto a Yazd che per anni è stata la sola roccaforte zoroastriana”, continua Mohamed. Come tanti ragazzi, anche lui “abborda” i turisti per esercitarsi con l'inglese, offrendosi come guida e portandoli in giro per la città. Non che Shiraz sia una città imperdibile.

Oltre a un paio di belle moschee e mausolei, alla cittadella e alla suggestiva tomba di Hafez, i turisti la usano appunto come base per le meraviglie archeologiche dei dintorni. Se Persepolis è probabilmente il posto più affollato di visitatori che possa capitare di vedere in Iran (ma il biglietto costa appena 5000 rials, meno di mezzo euro), è certamente un luogo la cui grande potenza evocativa vale il viaggio. Rasa al suolo da Alessandro Magno, l'antica capitale giace quasi del tutto in rovina. Ma quello che è rimasto in piedi è di una bellezza mozzafiato, dalla grandiosa scalinata d'accesso alla città ai bassorilievi del palazzo di Apadana, così perfettamente conservati da sembrare ricostruiti. Suggestiva, quasi commovente, anche Pasargadae.

In una pianura spazzata dal vento, tra poche colonne e i ruderi di una antica fortezza, resta in piedi solo la tomba di Ciro il grande, ultimo segno dell'antica capitale del re achemenide. Qui, dove c'è più da immaginare che da vedere, di turisti ce ne sono di meno. E non è tra le mete più battute nemmeno Bishapur, città sasanide voluta nel III secolo dopo Cristo da Shapur I, che per tre volte sconfisse i romani, catturando infine l'imperatore Valeriano. Ed è per questo che ciò che rimane di Bishapur ha un'aria familiare: proprio i malcapitati soldati di Roma, fatti prigionieri, contribuirono alla sua costruzione, importando qui le raffinate tecniche costruttive dell'impero. E curiosamente, in questo pomeriggio rovente, a visitare il sito, oltre a una chiassosa scolaresca iraniana, c'è un gruppo di italiani. Arrivati qui milleottocento anni dopo il povero imperatore, venuto per mettere in sicurezza i confini orientali e finito in catene, si concedono un pic-nic all'ombra dei monumentali bassorilievi che celebrano le vittorie del re Shapur, sull'altra sponda del fiume che scorre accanto alle rovine della vecchia capitale.

Te caldo, anguria ghiacciata, caffé e biscotti. Ma niente vino. Quello, che pure veniva prodotto da queste parti non meno di settemila anni fa, non va giù ai barbuti governanti del “moderno” Iran. Eppure Shiraz era famosa per le sue vigne (da cui veniva prodotto vino bianco secco o passito, niente di simile al moderno Syrah) fin dal IX secolo: del nettare alcolico di questa città scrisse Marco Polo, e nel medioevo il “poeta nazionale persiano”, Hafez, lo cantò insieme alle malfamate taverne di Shiraz. Ma a differenza di Persepolis e Pasargade, l'antico Shiraz non è (più) patrimonio mondiale dell'umanità. Certe tradizioni gli Ayatollah proprio non vogliono recuperarle. “E così l'alcol – scherza ancora Mohamed – dobbiamo distillarcelo in casa, di nascosto”.

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