Sullo «scalone» i sindacati non si fidano del governo e bocciano la Super-Inps

da Roma

Un vertice durante il quale il governo ha parlato solo attraverso il ministro del Lavoro Cesare Damiano, anche se tutti avevano gli occhi puntati su un silenziosissimo ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e sul premier Romano Prodi. Perché, se ufficialmente l’atteso incontro di ieri tra parti sociali ed esecutivo (era presente anche il sottosegretario Enrico Letta) su Dpef e pensioni è servito a dare cifre e destinazioni del cosiddetto tesoretto da 2,5 miliardi, a tenere banco è stata la copertura dell’abolizione dello scalone previsto dalla riforma Maroni. E cioè il passaggio nel 2008 da 57 a 60 anni di età pensionabile con 35 di contributi (secondo proiezioni Inps di ieri sono 129.000 i lavoratori che nel 2008 risulterebbero bloccati) che dovrebbe essere coperto con passaggi graduali.
Damiano ha messo in chiaro che non sarà finanziata con l’extragettito. Poi, e questa è la novità di ieri, ha riconosciuto che si cercherà di coprirla con l’unificazione degli enti previdenziali. Ipotesi subito respinta dai sindacati, già sul piede di guerra perché su questa parte di trattativa, la più importante, grava il sospetto di un rinvio a settembre, e quindi di una sua inclusione tra gli argomenti della Finanziaria 2008.
Contraria alla super-Inps la Cisl che, con il segretario Raffaele Bonanni, ha bollato l’ipotesi Damiano come «vuota» perché «se dovessimo fare subito l’accorpamento degli enti previdenziali addirittura servirebbero più soldi». Durissima la Uil con il segretario Luigi Angeletti, secondo il quale lo scalone «lo devono abolire e basta» perché non c’è più l’emergenza sui conti pubblici di quando fu introdotto. A ribadire l’interesse dei sindacati per una soluzione prima del Dpef, e quindi prima di luglio, il segretario della Cgil Guglielmo Epifani. Da martedì inizierà la non stop parti sociali-governo. E, ha spiegato, «noi abbiamo l’interesse che si chiuda entro il Dpef, perché è necessario che prima che parta il documento di programmazione che poi arriverà alla Finanziaria, si abbiano chiare le scelte che il governo intende fare». Il governo rischia di «rimanere con il cerino in mano», ha commentato il segretario dell’Ugl Renata Polverini, anche lei contraria al super istituto previdenziale.
La soluzione politica sui tempi potrebbe quindi passare per un’intesa entro il 28 giugno sugli scaloni, con l’accantonamento dell’altro grande nodo, cioè l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione previsti dalla riforma Dini. Ma rimane aperta la questione della copertura. E per questo nei sindacati e nelle associazioni datoriali si dà per scontata una trattativa difficile. Anche perché la sinistra radicale non sta a guardare. Ieri il Prc ha protestato per le incertezze sullo scalone e la Fiom-Cgil ha minacciato uno sciopero contro il governo.
Strada in discesa, invece, per il tesoretto. La ripartizione delle risorse messe a disposizione dall’extragettito fiscale è quella attesa: 1,3 miliardi per la rivalutazione delle pensioni basse. Una misura che riguarda due milioni di pensionati. Pochi rispetto ai 15 milioni di italiani che si sono ritirati dal lavoro, hanno lamentato i sindacati. Che ora chiedono o un automatismo per la rivalutazione che sia legato al Pil (ad esempio la Cisl) oppure un piano di legislatura per coinvolgere anche gli altri pensionati. Altri 600 milioni andranno per interventi a favore dei giovani e i restanti 600 per misure a favore della competitività. Quindi ammortizzatori sociali, sostegni alla contrattazione aziendale e territoriale e alla produttività. In particolare per far calare gli oneri previdenziali sugli straordinari.
Un quadro che non è piaciuto all’opposizione di centrodestra. Roberto Maroni, ex ministro del Welfare e capogruppo dei deputati leghisti, ha ironizzato sul «giallo» dello scalone. E fa capire che secondo lui non sarà abolito. L’azzurro Maurizio Sacconi, che era sottosegretario quando fu varata la riforma, teme che per mandare in pensione poche migliaia di persone, si finirà per sperperare un patrimonio.