Il sultano chiama anche Zeffirelli e Bocelli per lanciare il suo teatro

MuscatMentre mezzo pianeta è lì che stringe i cordoni della borsa e punta dritto alle priorità assolute - entro le quali solitamente non rientra la cultura -, c'è chi mette a disposizione più di 200 milioni di euro per costruire un teatro d'opera. Accade in Oman, nella penisola arabica. Qui il sultano va pazzo per la musica classica d’Occidente, e con la sua Royal Opera House, nella capitale di Muscat, ha ufficialmente lanciato il primo teatro di lirica nel Medioriente. Poiché l’opera l’abbiamo inventata noi, ha chiesto espressamente marchi italiani: subito, a partire dal battesimo, mercoledì 12, quando sono volati quaggiù i complessi dell'Arena di Verona. Entro lo scadere dell'anno sono poi attesi il corpo di Ballo della Scala, la Sinfonica Verdi, Andrea Bocelli, più qualche firma di lusso d'Europa e America. Il teatro di Muscat è faraonico, ma è una cattedrale nel deserto da lanciare nel mondo. Il sultano ha dunque voluto le classical-star: quelle che danno visibilità immediata. Una su tutte, Placido Domingo, il tenore dei tenori, a lui ha affidato la direzione dell’opera inaugurale: Turandot, per la regia di Franco Zeffirelli (anche lui a Muscat), con i complessi dell'Arena di Verona.
C'era un po' d'agitazione per l'evento. Tante le ragioni. Si sono riaccesi i riflettori su un Paese che in marzo fu sfiorato dalla Primavera araba ma deve dimostrare che ha un regnante illuminato. E' filo-occidentale e alle prese con questa nostra cultura ammirata però da assimilare. Grandi progetti, sogni, con la ministra dell'istruzione dell'Oman che ci spiega che il teatro sarà il luogo del dialogo, un traino per la vita culturale di un Paese giovane, nato neanche 40 anni fa. Nel cartellone omanita c'è anche Bocelli, voce in altalena fra pop e lirica, e per questo messo dai critici all'Indice dei cantanti proibiti. Domingo cosa ne pensa? «Quando uno ha successo vuol dire che c'è una ragione». E il successo di questa Turandot in Oman, che significato ha? «Io ho inaugurato tanti teatri e festival ma questo ha un sapore diverso, si ha in un momento in cui ovunque la lirica ha problemi. Fatica da voi, negli Usa dove i budget sono sempre più ridotti». Vuol dire che l’opera è ormai roba per soli re? «È per persone che desiderano che i propri cittadini crescano nel bello - continua Domingo - . Qui vogliono creare una generazione di fruitori di classica». Che si saranno detti Domingo, il gran tenore, e il Sultano melomane, alla fine di Turandot? «Il sultano era emozionatissimo. È stupefacente vedere quello che fa per la cultura, credo che dai tempi del principe Ludwig, che volle un teatro per Wagner, non si siano più viste persone così. Ora il problema sta nel creare un pubblico. Va bene, in questa fase iniziale, acquistare produzioni da fuori, ma poi devono pensare a farsi una propria compagnia, devono riempire questo bell'involucro con le proprie forze», ci spiega. L’occhio cade su di un quotidiano che lo ha scambiato per Puccini. Domingo non è uomo da capricci, ma che lo si scambi per Puccini, proprio no. «Nella prossima edizione devono rettificare in modo chiaro. Il nuovo pubblico lo si educa anche così», l'assistente assicura che provvederà.