Il summit dell’opposizione? Nell’ufficio di Fini

Casini, Rutelli, Bersani: tutti dal presidente della Camera per pianificare il siluramento del Cavaliere entro la fine della settimana

Roma - Mai fidarsi delle apparenze. «Vado in aula, mi votino contro. Chi vuol fare cadere questo governo deve farlo guardandomi negli occhi, assumendosene la responsabilità». Non è come sembra, la frase suona doppia. Berlusconi alla vigilia? Non solo. Romano Prodi il 22 gennaio 2008, ultimo atto del suo governo, ultima volta che il maggior partito dell’attuale opposizione ha dettato l’agenda politica del Paese. È da allora, due anni nove mesi e quindici giorni, che il Pd non tocca palla. Che va a rimorchio. Che non sa giocare di rimessa, che non impone cambi di scenari, che non riesce a definirsi per un’alternativa credibile.
C’è voluto l’arrivo di Casini (in metafora e alla lettera), perché oggi sulla panchina di Bersani l’aria tornasse frizzante e densa di speranze. A nulla essendo servita, se non a inflazionarla facendola finire nelle gag di Crozza, la litania del «governo vada a casa» che i leader pidì ripetono da tempo. L’animazione a mille, fotografata ieri dal succedersi di incontri tra gli spezzoni di tutte le anime ribelli al dominio berlusconiano, è culminata in una mega-riunione nello studio di Fini a Montecitorio, presenti Casini, Rutelli, Cesa, Franceschini e Bersani. Grandi manovre con il direttore d’orchestra della Camera per abbattere il tiranno entro la settimana, provandole tutte (subordinate comprese): prossimo calendarizzazione compiacente, mozione di sfiducia pronta a uscire fuori al momento opportuno, cambi di marcia improvvisi durante i lavori d’aula, astensioni tattiche, sì e no dosati alla bisogna. «Due chiacchiere con il presidente Fini, sulla mozione decideremo domattina (stamane, ndr)», ha svicolato all’uscita Bersani.
Ma le ultime ore del partito che si è dilaniato in lotte intestine e fratricide - il Pd, ben prima del Pdl - sono da antologia del «potere logora chi non ce l’ha». Così il maggior partito d’opposizione, quello a «vocazione maggioritaria», che ha paura di se stesso prima che degli avversari, fino all’ultimo non sa bene quando e se giocare il jolly della sfiducia a Berlusconi. Come raccomandava ancora ieri il prudente Di Pietro «si può calare l’asso soltanto se ci sono i numeri». Ma nessuno, forse neppure i contabili dell’Udc e il buon Cirino Pomicino di supporto, hanno la certezza che i numeri ci siano. Non si fidano e nessuno si fida di loro. Il voto di oggi sul Rendiconto dello Stato servirà perciò da prova generale: soltanto nel caso di un ribaltone virtuale - e qualora Berlusconi non decidesse di rubar loro la scena, dimettendosi - l’opposizione si deciderà a provare con la sfiducia, cercando di far presto, perché teme che i transfughi del Pdl possano cambiare ancora idea. A norma di regolamento, caso si voterebbe venerdì, con l’avallo del presidente della Camera che non vede l’ora.
Ma nel frattempo, se i forni dell’Udc restano due tendenti all’infinito - non è tramontata del tutto l’ipotesi di un governo Letta - quello del Pd resta uno e di scarso tiraggio. Le chiacchiere dei tanti, tra cui spicca il solito D’Alema che dichiara il partito «pronto a tutto», non fugano anzi rafforzano l’impressione della sconcertante mancanza di peso anche nell’(eventuale) ultimo atto del governo. Cosa ancora più preoccupante se si considera l’imponente manifestazione di Piazza San Giovanni.
La verità purtroppo sta nell’ininfluenza di un partito che dopo due anni resta né carne né pesce. Un simulacro di Dc costruito dai postcomunisti, di fronte al quale la piccola e coriacea pattuglia di Casini e Pomicino fa la figura della griffe di fronte alla brutta copia cinese. È il lavorio umile e sotterraneo del capo udc (con l’aiutino di Fini) a rendere possibile ciò che il Pd chiede invano da anni. Circostanza che prelude all’unica certezza del momento, alla consapevolezza che non avrebbe reso felice il grande Luigi Pintor, ma il partito di Bersani sì: rimoriremo democristiani.