«Il suo giustizialismo lo ha punito»

Roma«Se il tuo unico obiettivo è quello di raggranellare consensi alimentando il giustizialismo più viscerale e irrazionale, alla fine corri il rischio di restarci sotto pure tu e di prenderti in testa i missili che hai sparato contro gli avversari: è la parabola di Antonio Di Pietro». Roberto Giachetti, deputato Pd e segretario del principale gruppo di opposizione alla Camera, è un garantista doc: «Per me vale sempre il principio che chiunque è innocente fino a prova del contrario. Fosse pure il figlio di Di Pietro o quel suo deputato campano indagato per camorra, Amerigo Porfidia».
Però, onorevole Giachetti?
«Però Di Pietro mi deve spiegare che criteri di coerenza applica. Perché se io, non sia mai, seguissi la sua ideologia secondo la quale chiunque sia sfiorato da un sospetto deve fare il “passo indietro”, dovrei chiedergli conto del perché né il suo figliolo né il suo deputato si son sognati di dimettersi dagli incarichi istituzionali che ricoprono».
Ma si sono dimessi dal partito...
«Posso rispondere come risponderebbe qualunque cittadino della strada? E chi se ne frega che si dimettano dall’Italia dei Valori? L’iscrizione a un partito è una scelta del tutto privata, sono fatti loro di cui al popolo italiano non può importare di meno. Ma vorrei sapere cosa ne pensa Di Pietro del fatto che continuino a far parte delle istituzioni in cui lui li ha fatti eleggere, che siano consigli provinciali o Parlamento poco importa. Dimettersi da quegli incarichi sì, secondo i criteri dipietristi, sarebbe stato un beau geste. Io, ripeto, sono contrario a questi metodi perché per me vale lo stato di diritto e nessuno è colpevole prima della condanna. Ma lui non la pensa così, almeno per gli altri».
Lo accusa di incoerenza, dunque?
«E non solo su questo. Ad esempio, lo sa grazie a chi si è salvato il governo Berlusconi nelle ultime settimane?»
Grazie a chi?
«Ai deputati di Tonino Di Pietro: per quindici giorni sono stati assenti in blocco dal Parlamento, e lui ci ha spiegato che li aveva precettati per occuparsi del suo referendum anti-lodo Alfano. Ma i parlamentari sono pagati per stare in Parlamento, no? Invece loro non c’erano, e per quattro o cinque volte in pochi giorni non siamo riusciti a battere la maggioranza su decreti importanti come quello sulla sicurezza per un pugno di voti. Quelli di Idv. E poi c’è la questione delle autorizzazioni a procedere».
Quale questione?
«Di Pietro aveva urlato urbi et orbi che la linea di Idv è che vanno concesse sempre e comunque. Ma negli ultimi giorni in ben tre casi hanno votato contro anche loro. A me sta benissimo, perché trovo demenziale dire che bisogna concederle sempre, posto che la legge dà al Parlamento la facoltà di vagliarle. E aggiungo che secondo me l’immunità parlamentare dovrebbe valere solo per le opinioni espresse e non per altri tipi di reati, e ho anche presentato una legge in questo senso. Però resta il fatto che Di Pietro non è coerente».
Insomma, il Pd deve rompere con lui?
«Non avremmo mai dovuto allearci con lui. Ora rompere diventa difficile: siamo tutti all’opposizione, noi come loro come l’Udc, che vuol dire rompere? Certo non dobbiamo farci condizionare da lui, però. La riforma della giustizia è una necessità. E non perché ora le inchieste toccano i vip, ma per quei milioni di cittadini che vengono sbattuti in carcere e lasciati lì a marcire in attesa anche solo di essere interrogati; o per chi deve aspettare lustri per una sentenza civile di risarcimento dopo aver subito un torto. Ogni giorno si consumano ingiustizie tremende, e se la magistratura va a picco nei sondaggi non c’è da stupirsi».
A proposito di inchieste sul Pd, lei che è stato braccio destro di Francesco Rutelli quando era sindaco di Roma ha conosciuto Alfredo Romeo?
«Ne conosco solo uno, di Romeo: er mejo gatto der Colosseo».