Il suolo pubblico? Non conosce l’inflazione

Claudia Passa

La novità più eclatante è che non ci sono novità. Nelle tariffe. L’inflazione ha colpito tutto e tutti, tranne il canone richiesto dal Comune di Roma per le occupazioni di suolo pubblico. Ciò vuol dire che se un gelato o una piatto di pasta gustati sul tavolo all’aperto di un bar o un ristorante li pagate il doppio – a causa dell’effetto-euro –, le tasse richieste agli esercenti per occupare il suolo pubblico con tavoli, sedie e ombrelloni sono rimaste le stesse dal febbraio del 2002. Non un centesimo di più.
Passando al setaccio il testo della nuova delibera sulla Cosap («canone per l’occupazione degli spazi e delle aree pubbliche comunali»), licenziato in questi giorni dalla Giunta e in attesa del vaglio consiliare, si scopre poi che a questo dato s’accompagna un paradosso. Vale a dire che se per tavolini, distributori di benzina, passi carrabili e via discorrendo non c’è traccia dell’inflazione che ha colpito frutta, verdura e biglietti dell’autobus (passati da 77 centesimi a un euro in un sol colpo), le uniche occupazioni di suolo pubblico cui il Campidoglio impone – attenendosi alla legislazione in materia - la rivalutazione annua secondo l’indice Istat dei prezzi al consumo sono «le occupazioni permanenti realizzate con cavi, condutture, impianti o qualsiasi altro manufatto dalle aziende di erogazione dei pubblici servizi e dalle aziende esercenti attività strumentali agli stessi servizi». Per il resto, un esercizio di ristorazione in centro storico – a fronte della leggenda metropolitana che vuole una rendita media giornaliera di un milione di lire a tavolino – continuerà a versare ogni anno nelle casse comunali 65,59 euro al metro, che diventano 85,27 euro in caso di occupazione «speciale», moltiplicati per i coefficienti indicati nella delibera per ogni tipologia di attività.
Le novità nel regolamento della Cosap – che va a sostituire le precedenti delibere del 2002 e del 2003 – riguardano fra l’altro le modalità di richiesta della concessione, la specificazione dei pareri obbligatori per il rilascio dell’autorizzazione, nonché la durata massima dei permessi e le regole in caso di subentro nella titolarità di un’attività. In particolare, d’ora in poi bisognerà allegare alle richieste la planimetria dell’area, con le specifiche delle eventuali attrezzature da installare e ottenere, tramite l’ufficio municipale competente, il parere obbligatorio dei vigili urbani, del Servizio giardini, della Sovrintendenza ove richiesto, e del dipartimento per la Mobilità. Fermo restando che per l’area «Città storica» e per le piazze di particolare pregio dove è in vigore la delibera del 2003, denominata «salotti della città», le occupazioni dovranno essere compatibili con il nuovo codice della strada, nonché con il vigente Piano generale del traffico urbano, con tutte le relative specifiche menzionate nel testo. Le concessioni permanenti, seppure rinnovabili, non potranno superare la durata di tre anni e i titolari di pubblici esercizi dovranno esporre negli stessi l’atto di concessione e le relative planimetrie. In caso di subentro nella proprietà, infine, entro quindici giorni dalla variazione deve essere attivato il procedimento per il rilascio della nuova concessione permanente.
La sorpresa arriva nelle disposizioni transitorie e finali: la Giunta capitolina ha deciso che le nuove regole saranno retroattive, e a esse dovranno attenersi tutte le concessioni esistenti al primo gennaio 1999 nonché quelle rilasciate, anche come rinnovo, in seguito a tale data. Ogni atto preesistente dovrà essere adeguato, e per mettersi in regola c’è tempo fino al 31 dicembre 2006. Pena la revoca dell’autorizzazione. Inflessibili nella burocrazia, un po’ meno nella determinazione del prezzo.