Le suore di Madre Teresa tentate dal cellulare

Maria Grazia Coggiola

da Calcutta

Il campanello della Casa Madre è ancora azionato da una corda. Esattamente come nel 1953, quando Madre Teresa si era trasferita con ventisette suore in questo edificio a tre piani di un anonimo quartiere di Calcutta. A fianco del portone c’è anche una targa di legno con su scritto «Mother Teresa M.C.» e sotto l’indicazione «IN». «La Madre è sempre presente» - dice una «sister» seduta nell’androne d’ingresso che si apre su un cortile ingombro di sabbia e mattoni.
Ci sono lavori in corso nel quartiere generale delle Missionarie della Carità. La tomba della Beata Madre Teresa sorge in un grande locale al piano terreno, che una volta era riservato alle novizie. Dalle finestre aperte sulla strada arrivano i rumori e gli odori dell’India. A parte il sarcofago marmoreo ricoperto di fiori, ogni giorno portati da una famiglia musulmana, qui tutto è rimasto intatto. Ci sono un paio di altoparlanti al muro, che servono a diffondere la messa in lingua bengalese ogni venerdi, ma nessun altro segno di tecnologia moderna. Il tempo sembra essersi fermato nei semplici gesti quotidiani, la messa alle sei del mattino, il rammendo degli unici tre sari che ogni missionaria possiede, il giovedì giorno di riposo, la raccolta dell’acqua dal pozzo del cortile con i secchi di alluminio. Qui come a Shishu Bhavan, l’orfanotrofio, nella casa dei morenti di Kalighat o in quella dei lebbrosi di Titagarh. Da decenni sempre la stessa dedizione amorosa verso chi soffre e la stessa riservatezza verso chi vuole sapere come è fatta la sofferenza. Per i giornalisti è sempe stato difficile penetrare nel mondo delle Missionarie.
In questi giorni suor Nirmala, l’erede di Madre Teresa, è in viaggio. È appena stata a Roma e poi in Giappone. La sua portavoce, una giapponese che parla un inglese impeccabile, suor Christie, è da 30 anni nella Casa Madre e ha lavorato al fianco della «Mother». C’è un po’ di reticenza iniziale, ma poi il ghiaccio si scioglie. «Da quando “Mother” è morta nel ’97, suor Nirmala ha continuato esattamente i suoi insegnamenti. Non c’è stato nessun cambiamento». La domanda viene spontanea: «Neppure i telefonini?». Suor Christie ha un attimo di esistazione: «No, non possiamo avere i telelefonini, per ora, ma forse li avremo presto. All’inizio solo per le sorelle che sono impegnate in missioni». Le missionarie con il cellulare, finalmente, ma a chi tocca decidere? «A suor Nirmala - risponde - che fa la proposta e poi al Consiglio delle Superiori regionali che la deve ratificare. È un processo lungo».
A guardia della tomba e a distribuire santini della Madre, in basso, c’è suor Martina, dello Stato indiano dell’Assam. «I telefonini? Sì, in effetti, sarebbero molto utili soprattutto per le sorelle che si trovano in difficoltà». È la più loquace. È da due anni nella Casa Madre e dice di preferire il lavoro esterno, a contatto con i poveri. E ammette anche che c’è un calo di novizie. «In passato erano trecento, adesso sono appena un centinaio».
Per trovare l’unica novizia italiana occorre andare in Park Street, in un altro convento riservato solo alla formazione. Anche qui il solito campanello a corda. Suor Gemma, che l’8 dicembre prenderà i voti perpetui, ci riceve festosa, ma solo dopo che la superiora ci ha dato il permesso di incontrarla «non più di cinque minuti». Le novizie non possono ricevere visite, tanto meno di giornalisti. Ha qualcosa in comune con Rosy Bindi. Prima era in noviziato a Roma e Genova. Quando le si chiede dei telefoni, suor Gemma esplode in una sonora risata. «Innanzitutto qui non si tratta di potere o non potere. La mia è una scelta, sapevo che cosa mi aspettava e ho accettato le regole». È stato difficile abbandonare la civiltà dei cellulari? Risposta: «Mia sorella che ha un bambino piccolo, dorme quattro ore a notte, non è un sacrificio anche quello?». Ha le idee chiare suor Gemma, ma quando le si chiede se i suoi genitori siano contenti, risponde un po’ incerta: «Sono contenti se sono contenta io. Certo, qui sono più lontana e dopo dicembre non so ancora dove andrò. In questi casi magari un telefonino potrebbe rendere la vita un po’ più facile.