Super Benjamin, l’avvocato delle cause vinte

E' il legale più cercato (e pagato) dai vip. Per procurarsi il suo cellualre si fanno follie. Il rapper Sean Combs fu arrestato con una pistola in mano, ma lui riuscì a farlo assolvere

New York - Il New York Magazine l’aveva definito «l’uomo il cui numero di cellulare dev’essere tenuto in memoria, in caso vi succeda qualche grana legale». E il mondo dei vip di New York si era fidato dell’opinione del settimanale. Così il cellulare dell’avvocato Benjamin Brafman era stato composto, con le mani tremanti, da Michael Jackson, dal boss della mafia newyorchese Salvatore Gravano, da politici e miliardari, da Jay Cohen, il re del gioco d’azzardo su Internet, dal rapper Jay Z e da Sean Combs, che era solito chiamarlo «zio Ben».
C’è da aspettarsi che anche Dominique Strauss-Kahn adesso lo consideri se non uno zio almeno un amico che gli sta salvando la vita. Liberandolo dal terrore di quel presunto «sex crime» che ha rischiato di rovinargli la vita, dopo l’incontro con Ofelia, la cameriera prostituta del Sofitel Hotel di New York.
È stato il socio di Brafman (nell’ufficio della Brafman Associates sulla Madison avenue)a suggerirlo all’economista francese, anche se probabilmente Kahn qualche dubbio l’aveva. Dopotutto il 62enne avvocato ebreo era diventato famoso difendendo il rapper Sean Combs dopo che quest’ultimo era stato arrestato con l’attrice Jennifer Lopez, con la pistola in pugno, nel 1999, davanti a un nightclub. Le prove erano schiaccianti, ma l’incredibile oratoria di Brafman aveva convinto la giuria della sua innocenza. Allora il Wall Street Journal, paragonandolo a Perry Mason, gli aveva dedicato un ritratto vincente: «È un legale carismatico, perusuasivo e geniale. Ha uno stile hollywoodiano ma una conoscenza profondissima della legge».
Sua moglie Lynda, una bibliotecaria, l’ha soprannominato H.P. per «high profile» poiché, in un solo mese, si era trovato a difendere uno studioso del Talmud che riciclava soldi per i narcotrafficanti colombiani, un deputato newyorchese e il proprietario di una famosa discoteca di Manhattan.
«Mio marito non si arrende mai» ha dichiarato sua moglie e la vita di Brafman l’ha dimostrato: figlio di ebrei scappati dall’Europa prima dei campi di concentramento e sistemati a Brooklyn, Brafman si era laureato, pagandosi gli studi, ai corsi serali del college locale, prima di frequentare il corso di giurisprudenza dell’università dell’Ohio. «Ok non era Harvard» ha sorriso anni fa, «Ma ho imparato lo stesso». Con quel pedigree di avvocato venuto dal nulla Brafman è sempre riuscito a farsi amici giudici e clienti accettando casi, come quello di Strauss Kahn, che si addentrano nel lurido, nel depravato e nel perverso.
«È un uomo basso di statura» l’ha definito il collega Fred Hafetz, «ma con un gigantesco cervello e senso dell’umorismo».
Brafman era considerato il clown nella scuola ebraica che aveva frequentato da ragazzo: mentre suo fratello maggiore, Aaaron, era serissimo (ed oggi è un rabbino ortodosso di Long Island, mentre il figlio di Brafman è un rabbino e vive a Gerusalemme), lui voleva divertirsi. «Ben, Ben che ne sarà di te?» si lamentava sua madre Rose che a 16 anni, nel 1938, era scappata dalla Cecoslovacchia a 16 anni (da sola, essendo l’unica della famiglia ad ottenere un passaporto, mentre gli altri erano morti nelle camere a gas) e che aveva cresciuto i due maschi e le due figlie (Malkie e Shevie) nella melanconia e nei ricordi di un mondo distrutto dalla shoa. Durante il suo funerale Brafman in lacrime aveva dichiarato: «Oggi, per la prima volta, mia madre non ha paura».
Suo padre, Shol, era scappato da Vienna nel 1939, dopo l’infame Kristallnacht, salvando un libro del Talmud (l’avvocato ne ha pubblicato un commovente resoconto). Arrivato negli Usa si era arruolato nell’esercito. Nonostante il successo, Brafman rispetta ancor oggi il calendario ortodosso e al venerdì sera, all’inizio dello Shabbath, chiude l’ufficio anche se, a volte, come nel caso di Strauss Kahn, si è attardato alla scrivania. Mentre sua moglie lo chiamava al telefono per la cena dello shabbat, lui, che come un chirurgo stava distruggendo l’alibi della cameriera, le ha ricordato: «Lydia, credo che Dio capisca se per salvare la vita di qualcuno arrivo a tavola con cinque minuti in ritardo».