Il super bowl laurea i Colts e gli arbitri italiani

Indianapolis batte Chicago e la maledizione di Manning, il campione senza trofei

da Miami

Acqua dal cielo, al Super Bowl, ma anche tra le falle di un'organizzazione perfetta salvo l’incapacità di far arrivare allo stadio migliaia di automobili e autobus senza immensi ingorghi. Acqua da tutte le parti e anche sul campo, vista la pioggia incessante, quasi una bufera, che ha reso il Super Bowl XLI di Miami il primo a essere disputato in queste condizioni, definite però giustamente dal linebacker dei Colts Cato June «un tempo splendido, un tempo da football».
In tema di prime volte, è terminata finalmente la (presunta) maledizione di Peyton Manning, il quarterback degli Indianapolis Colts che per otto stagioni, dopo essere arrivato tra i pro come primissima scelta nel 1998, si è portato addosso la fama di splendido giocatore (un computer ambulante per la capacità di apprendimento, interpretazione dinamica e applicazione degli schemi di gioco), ma di perdente nelle grandi partite che fanno la storia. Manning, a eccezione di un lancio intercettato dai Bears alla quinta azione di attacco dei Colts, ha giocato una partita da leader, quasi perfetta, mandando a destinazione 25 lanci su 38 tentati, con il guadagno di 247 yarde, e alla fine si è preso il titolo di miglior giocatore, superando le candidature di Joseph Addai e Dominic Rhodes, i due running back che assieme hanno conquistato 190 yards di corsa. Indianapolis così ha vinto 29-17, riprendendosi dallo spavento del touchdown di Devin Hester che aveva ricevuto il calcio d'inizio della gara e l'aveva riportato per 92 yards dando ai Bears il 7-0. Dopo il quasi pareggio di Reggie Wayne su splendido lancio di 53 yards di Manning (fallita la trasformazione da un punto) si era poi arrivati al 14-6 con un lancio di 4 yards di Rex Grossman, ma nel resto della gara i Colts sono stati chiaramente superiori anche con la spesso criticata difesa, e così oltre alla definitiva affermazione di Manning c'è stato anche il primo successo di un coach afro-americano, Tony Dungy. Ma sarebbe stato lo stesso anche se avesse vinto il suo avversario (ma amico fraterno ed ex allievo) Lovie Smith.
Gli arbitri, nonostante una decisione presa sul campo ma ribaltata dopo l'esame del replay, se la sono cavata benissimo, ovvero nessuno si è accorto della loro presenza. Esame superato dunque per il gruppo più italiano, o italo-americano, che si ricordi, cinque su sette: il capo arbitro Tony Corrente, Jim Saracino, Ron Marinucci e i fratelli Paganelli, Carl jr (46 anni) e Perry (48). Questi ultimi sono i figli di Carl sr, 69 anni, famiglia originaria della provincia di Roma, ex arbitro a tutti i livelli e ora supervisore arbitrale per il football universitario. Con l'arrivo di Dino, 38 anni, che ha esordito tra i pro proprio nella stagione appena conclusa dopo una bella carriera nella lega universitaria, quella dei Paganelli è diventata un'inusuale dinastia arbitrale. I direttori di gara devono allenarsi almeno 15 ore la settimana e restare in forma, anche perché il rimborso spese è comunque di 35.000 rispettabilissimi dollari annui, che possono crescere anche di molto in base ad esperienza e rendimento. Meglio non sbagliare troppo, allora.