Super show a Londra Il nuovo pop rispolvera gli anni ’70

Paolo Giordano

nostro inviato a Londra

Intanto immaginatevi il posto: Trafalgar Square, proprio là davanti alla compassata National Gallery e due passi prima della statua di Orazio Nelson, gioiellino di casa, con quel volto duro e fisso su Westminster e il Big Ben. Allora lì sabato sera, su di un palco incastonato dentro una gigantesca cornice di legno tipo quella che a pochi metri esalta la Cena in Emmaus di Caravaggio, c’erano gli Scissor Sisters, il gruppo che Bono degli U2 ha definito senza giri di parole «la migliore pop band del mondo» e che i sedicimila qui in piazza hanno accolto di conseguenza: con un boato che sembrava di essere a Wembley quando segna il Chelsea. Cinque newyorchesi che gli americani neppure conoscono ma che gli inglesi venerano (primo ciddì nel 2004, subito 2 milioni e mezzo di copie) perché sfoggiano ciò che oggi manca al pop: la voglia di ballare e di muoversi, così, perché è divertente e che c’è di male. «Questo è un gruppo che può piacere praticamente a tutti», ha scritto ieri il Mail On Sunday, e infatti in strada c’erano proprio tutti e di tutte le età, universitari spiegazzati o impiegati pulitini, ragazzotti punk, rockettari stilosi, coppie etero o gay e persino drag queen perché quattro quinti degli Scissor Sisters sono omosessuali gioiosi e si vede, non hanno il broncio e non recriminano, sono la nuova generazione del pop omosex, quella che per esistere non deve lanciare proclami. Tanto poi ci pensa la musica, che loro suonano sudando in questa Londra quasi estiva, spiluccando qui e là dai modelli di riferimento: i Bee Gees, naturalmente, visto che il cantante Jake ha il falsetto dei fratelli Gibb (e la gestualità di Freddie Mercury), poi i Supertramp, un po’ di Abba, e molto di Elton John che ha scritto e suonato con loro il nuovo singolo I don’t feel like dancin’, inaugurato in Italia dal Festivalbar e gentilmente già mitragliato dalle radio. Quando l’hanno presentato alla fine dello show, la piazza ha ruggito, ballavano tutti, persino le compassate cameriere della Cantina là dietro sotto l’ambasciata canadese, e chi non resisteva s’è tuffato nelle due fontane, in un memorabile ribollìo memorabile di spruzzi, riflessi d’acqua e danze improvvisate.
Caspita.
D’accordo, a introdurli in scena era stata Kylie Minogue, rinata, e sabato sera Trafalgar era la Red Square, dedicata cioè all’associazione Red fondata da Bono e da Bobby Shriver (e appoggiata da Armani) per raccogliere fondi contro l’Aids nei paesi disgraziati dell’Africa. Quindi sui marmi della piazza aleggiava già quell’aroma di solidarietà che addolcisce gli animi. Però, fosse solo quello: mai vista a un concerto, per di più inglese, tanta gioiosa comunanza nel pubblico, e pazienza per la birra che gorgogliava inesorabile. Quando Ana Matronic, che è l’unica donna sul palco, e Jake Shears, in canotta e braghe di paillettes lilla, hanno attaccato il primo brano, in un carnevale di colori goldoniani, di rossi vellutati e blu carichi di elettricità, allora sì che si è capito perché gli Scissors Sisters sono i saltimbanchi del Duemila, trasversali e innocui e very glamorous, capaci addirittura di cambiare i lineamenti (nel primo ciddì) di Comfortably numb dei Pink Floyd, trasformandolo in un successo e guadagnando pure i complimenti di David Gilmour, solitamente un orso muto. Sono festosi, insomma, persino quando cantano banalità come Laura o Take you mother out, nenie agitate da un basso liquido e dalla chitarra sottile, insinuante, molto funky. E quando a Jake sfugge un «stasera sono così nervoso» riempiendo con un sorriso tirato i due megaschermi, ecco, quello è l’attimo in cui inizia la storia ufficiale del loro secondo ciddì Ta-Dah, che esce ora con la responsabilità sul groppone di chi trionfa oppure tonfa, in quest’epoca che o la va o la spacca e tanti impietosamente si spaccano. E così, quando Ana urla «stiamo facendo psicoterapia in musica», forse è proprio vero perché la gente balla ma non è un rave o una festa drogata, semplicemente è l’allegra impossibilità di stare fermi con la faccia indifferente.