Per superare la crisi ripartiamo dai giovani

I soldi non bastano contro l’emergenza, ci vuole anche partecipazione: i due milioni di ragazzi a Madrid col Papa dimostrano che per ripartire si deve puntare su di loro <br />

La sola cosa bella che è successa que­st’estate in Europa sono i due milioni di ra­gazzi a Madrid. Primo, perché ti accorgi che esistono i giovani. Secondo, perché noti che si mobilitano anche per una fede e non solo per Vasco Rossi, per un rave party o per un outlet . Terzo, perché sono promettenti e non minacciosi, festosi e non depressi. Quarto, perché vogliono connettersi, incontrarsi, darsi un progetto, cercano figure simboliche, percorsi di santità e tradizioni, scrutano il futuro e non lo lasciano agli indici di Borsa. Ricordo l’entusiasmo per i Papa Boys ai tempi di Wojtyla, ma questa volta vale molto di più. Perché allora era lui, Karol il Papone, che bucava il video, ad attirare i ragazzi: era un raduno carismatico e spettacolare, una festa mediatica intorno a una grande personalità.

Questa volta, invece, il Papa è una figura più sobria e meno comunicativa, è un dottrinario, viene dalla teologia e non è passato, come il suo predecessore, dal teatro. Insomma, questa volta la molla del raduno era religiosa nel senso puro della parola. Religione come senso e orizzonte della vita, religio come stare insieme, collegarsi, fare comunità. Per carità, non fatevi illusioni. Non è che un raduno estivo di ragazzi cambi la situazione europea; i rosari non frenano le Borse. Non è che quattro parole di speranza o i virtuosi sermoni producano chissà quale rivoluzione. Le parole del Papa sono state giuste e appropriate, ma inermi. Come le parole di Napolitano al meeting di Cl, lui con l’aggravante che non è un predicatore nel nome di Dio e dell’eternità ma un capo dello Stato venuto dalla politica e dai partiti. No, non facciamoci illusioni.

Quei ragazzi erano tanti a Madrid ma sono pochi in Europa. Sono tanti rispetto agli indignados o peggio agli insorti londinesi, ma pochi e occasionali per sancire una svolta. Una domenica di speranza è solo una tra cinquantadue disperate. Ma quei ragazzi sono un punto per ripartire. In che senso? Bisogna ricostruire in Europa il legame sociale. È importante, è indispensabile. Se vogliamo uscire dalla schiavitù delle Borse e dalla sindrome afflittiva della crisi abbiamo bisogno di due cose essenziali: in alto decisioni sovrane e in basso partecipazione civile, ovvero esecutivi autorevoli e legame sociale. Da una parte una politica in grado di guidare i processi e rispondere in modo adeguato alla crisi e dall’altra parte una ritrovata coesione sociale dei popoli europei intorno a un tessuto condiviso di valori, esperienze, memorie e tradizioni.

Oggi non si vede né l’una né l’altra. In alto e in basso, al potere e per strada. Ma sono quelle le due condizioni preliminari che precedono le scelte economiche, i tagli e i rilanci. Non giriamo intorno al buco, l’emergenza prioritaria è quella lì. Forti decisioni di vertice, larghe condivisioni di popolo. Le une legittimate dalle altre, le altre motivate dalle une. Non si scappa. E non dite che si tratta solo di imbroccare qualche buon taglio o qualche buon sacrificio, aver qualche bel tecnico; se poi un Paese recalcitra e si dispera, se la politica balbetta o esita, non si va da nessuna parte. Scusate se insisto, bisogna dar luogo ad un governo centrale europeo, come c’è la banca centrale. Lo scrissi già, è un atto simbolico e politico assai forte; molti hanno ripreso per vie traverse o su altri versanti la stessa preoccupazione. Ma bisogna puntare verso quell’obbiettivo, intanto passando per le politiche nazionali, le loro leadership presenti e i loro patti. Ma poi ci vuole anche una giornata della rinascita europea, si deve rianimare il legame sociale e politico dei popoli, alternando tagli a imprese, sacrifici a conquiste, freni agli sprechi e impulsi alle opere.

Sennò stiamo fermi lì. Non aspettate la salvezza dalle Borse e nemmeno dagli Stati Uniti che stanno messi male, forse peggio di noi e forse per la prima volta non possono trainarci. Bisogna ricostruire qui, sul posto, in Italia, in Europa, le ragioni e le passioni della politica, come ai tempi della ricostruzione postbellica. Proviamoci, e se non ci riusciamo, almeno finisce in bellezza e non in schifezza, come ora: tutti contro tutti, nordisti contro sudisti, disoccupati contro pensionati, commercian-ti contro statali, benestanti fiscalmente accertati contro autonomi evasivi. Affogare nei debiti imprecando contro i vicini non è una fine dignitosa. Non bastano i soldi per uscire dalla crisi.

E non si esce dalla crisi dalla stessa porta in cui siamo entrati. (Postilla trascurabile. Scriveva ieri nell’editoriale de la Repubblica Massimo Giannini che «senza verità non c’è democrazia, come ci ha insegnato Hannah Harendt ». Harendt con l’acca iniziale non esiste. Ennesima toppata del plurirecidivo vicedirettore de la Repubblica . Evidentemente a Giannini la Arendt non gli ha insegnato un’acca).