Superbanche, il ruolo di Draghi

Roma - Negli anni Novanta la stagione delle privatizzazioni vide la luce a bordo del panfilo Britannia. Quindici anni dopo, la stagione delle grandi fusioni bancarie è nata - assai più modestamente - nella sala dei convegni della Fiera campionaria della Sardegna. Ma il protagonista di queste due stagioni è lo stesso. Allora era un giovane direttore generale del Tesoro, proveniente dalla Banca mondiale. Adesso è un giovanile governatore della Banca d’Italia.
A quindici anni dalla prima ondata di privatizzazioni, Mario Draghi sta lasciando ancora un segno nel panorama economico e finanziario italiano. In meno di un anno, il sistema bancario - di cui Draghi è controllore dall’inizio del 2006 - ha messo a segno operazioni di enorme portata, e altre sicuramente molto importanti. Dall’estate del 2006 a oggi è nata Intesa-SanPaolo e sta per nascere Unicredit-Capitalia, due superbanche di grossa taglia finalmente in grado di competere con i grandi istituti europei. Si sono realizzate, nello stesso periodo, le intese fra Banca lombarda e Banche popolari unite, e fra Banca popolare di Verona e Novara e Banca popolare italiana.

Il ruolo di Draghi, in questo contesto movimentista, è stato sicuramente di impulso, ma non dirigista. Al suo primo intervento pubblico, all’assemblea Forex di Cagliari del marzo 2006, il neo governatore disse a braccio una frase: «I campanilismi e i personalismi non frenino il consolidamento del nostro sistema bancario». Un invito, quasi personale, ai vertici delle banche a superare la cultura dell’orticello di casa. Quattro mesi più tardi, all’assemblea dell’Abi, Draghi faceva di più. Precisava, rompendo con la prassi del passato, che la Banca d’Italia «non ha piani regolatori». Gli spazi per le aggregazioni «sono ampi», aggiungeva, e «a voi, presidenti e amministratori delegati, sta la responsabilità di creare attori europei che siano in grado di sfruttare le opportunità del mercato non solo nazionale, oppure lasciare che queste opportunità vengano colte da operatori esteri».

È casuale che, poco dopo quelle parole, sia nata Intesa-San Paolo? I banchieri italiani, che avevano appena visto l’arrivo di Abn Amro e di Bnp Paribas in casa Antonveneta e in casa Bnl hanno deciso di superare il «campanile» e tentato di mettere da parte i «personalismi». Da parte sua, il governatore ha compiuto passi importanti nell’evoluzione del ruolo proprio della banca centrale, cioè nella vigilanza. L’abolizione della comunicazione preventiva dei progetti di acquisto di partecipazioni di controllo delle banche ha rappresentato un passaggio cruciale. E oggi il punto di riferimento per la vigilanza è «la tutela degli utenti dei servizi bancari».
Le imminenti considerazioni finali del 31 maggio conterranno un denso capitolo dedicato al sistema bancario. Il processo di consolidamento non è ancora terminato. E il governatore ritornerà su un punto, a suo avviso cruciale: l’ammodernamento del sistema creditizio non è fine a se stesso, ma è funzionale al progresso del sistema economico e produttivo. Per Draghi, il fine ultimo delle concentrazioni bancarie rimane questo.