Le superdonne della politica che bocciano le «quote rosa»

Una donna sindaco. Una forse presidente della Provincia donna. E poi ancora una donna prima degli eletti di Forza Italia, una prima degli eletti nella lista di Rifondazione comunista, un'altra ancora prima degli eletti per l'Italia dei Valori. Il successo delle liste rosa? Il trionfo della corsia riservata? No, il loro fallimento. Perché dopo le lady di ferro della politica genovese c'è il nulla. C'è la dimostrazione che non serve trattare le donne in politica come un panda in estinzione, provare a farle riprodurre in cattività per costringerle a esserci.
Il voto di Genova parla chiaro. Le liste dovevano obbligatoriamente contenere il 30 per cento di donne. In Comune, su cinquanta consiglieri eletti, solo otto saranno donne, cioè il 16 per cento. La metà di quella che era la quota minima suggerita per legge. E soprattutto esattamente tante quante erano prima. Ma non è neppure questo il punto. Il punto è che Marta Vincenzi mica aveva bisogno delle quote rosa per essere sindaco, anzi, sarà solo una coincidenza ma quando non c'erano quote rosa lei era SuperMarta, ora è già tanto se è Marta. Renata Briano, che ha fatto la cannibale nella lista di Rifondazione, buttando fuori dalla sala rossa qualsiasi rappresentante «vero» di Rifondazione, era assessore prima che si inventasse la riserva indiana per il gentil sesso. Raffaella Della Bianca, miss Forza Italia, ha dato cinquecento voti di distacco a un ex sottosegretario per quello che ha fatto in anni di battaglie sul territorio e in consiglio comunale, mica perché tre candidati su dieci dovevano essere donne. E dire che la biasottiana Lilli Lauro sia consigliere perché appartiene all'«opposizione» sessuale equivale a offenderla. Marylin Fusco, quinta nell'Ulivo, barriera delle mille preferenze polverizzata (1213 per l’esattezza), ha stracciato tutti i candidati dei Ds, nessuno escluso, perché aveva un posto riservato? E l'Italia dei Valori ha candidato Manuela Cappello, colei che ha messo in riga gli altri compagni di lista, solo perché aveva bisogno di riempire i buchi rosa o perché era una persona valida?
Un'altra dimostrazione? L'Ulivo ha imposto come capolista Michela Tassistro. Un tempo equivaleva a una garanzia di elezione plebiscitaria. Oggi la primadonna, anzi il primocandidato del primo partito è stato relegato dagli elettori al nono posto, con 918 voti, doppiato dal primo. I cittadini non si fanno imporre il voto. Le donne non sono obbligate a votare le donne perché così si sentono realizzate. I genovesi hanno urlato uno slogan forte e chiaro per i femministi delle preferenze obbligate: «Il voto è mio e lo gestisco io». In attesa che si imponga una quota di over 70, una quota di under 25, una quota di biondi, una quota di bassi, una quota di cretini.