Il supereuro vola ai massimi Tassi: rialzo sicuro a settembre

Divisa scambiata a 1,3845 dollari A Wall Street i mutui a rischio spingono le vendite

da Milano

Il quadro macroeconomico internazionale è scosso da alcuni elementi di debolezza che minano gli Stati Uniti. Ieri il valore del biglietto verde è finito per l’ennesima volta sotto pressione. Alla fine della giornata, l’euro è volato al suo massimo storico raggiungendo quota 1,3845 dollari, per poi attestarsi a 1,3838. Rispetto al giorno del suo esordio, il 1° gennaio 1999, si è apprezzato sul dollaro del 18,6 per cento.
Ma la fragilità della divisa americana è apparsa in tutta la sua evidenza anche quando ha perso punti sulla sterlina, dopo la pubblicazione dei buoni dati sull’andamento dell’economia inglese (nel secondo trimestre, addirittura più 3% su base annua): il cambio sterlina-dollaro si è spinto fino a 2,058, il minimo degli ultimi 26 anni.
Il dollaro, già all’origine tenuto artificialmente ben lontano da posizioni di forza dalla Federal reserve per sostenere le esportazioni americane, è acuito nella sua debolezza in questi giorni da un fattore di profonda instabilità, che rischia di estendere i suoi effetti su tutte le componenti dell’economia statunitense: le perdite finanziarie sui mutui subprime, ossia i prestiti accesi da persone che già in passato avevano avuto problemi con il sistema bancario, potrebbero ammontare a 100 miliardi di dollari. Una stima formulata giovedì dal governatore della banca centrale, Ben Bernanke. Il problema dei soldi non restituiti alle banche è davvero qualcosa che può rallentare la corsa dell’economia americana. A questo pericolo, ieri gli investitori hanno reagito istantaneamente.
Tanto che la scommessa su un indebolimento della congiuntura reale ha portato alle vendite su Wall Street dove ieri, già a metà seduta, il Dow Jones e il Nasdaq perdevano rispettivamente l’1,28% e l’1,66 per cento. Vendite a cui ha fatto seguito il riposizionamento sulle obbligazioni emesse dal dipartimento del Tesoro, ritenute più sicure, i cui rendimenti nella loro versione decennale sono scesi sotto il 5 per cento. L’andamento negativo di Wall Street ha propagato i suoi effetti Oltreoceano: a Londra l’indice Ftse 100 ha chiuso a -0,83%, a Milano il Mibtel a -1,35%, a Francoforte il Dax a -1,38%, a Parigi il Cac 40 a -1,79 per cento.
Sulle piazze finanziarie europee, quindi, le parole di Bernanke dell’altro giorno hanno influito di più di quelle pronunciate ieri da Jean-Claude Trichet. Secondo il presidente della Bce l’unione monetaria è riuscita bene a sostenere la crescita dell’eurozona, tanto che nel 2006 il Pil dell’area ha registrato un’espansione del 2,9%, il maggiore aumento dal 2000. Si tratta di «un andamento positivo che ci incoraggia molto, ma non deve essere motivo di autocompiacimento». L’Europa deve infatti affrontare i problemi del cambiamento tecnologico e dell’invecchiamento della popolazione. Inoltre, in un contesto di unione monetaria, ha sottolineato il presidente della Banca centrale, «è necessario monitorare, in modo attento e continuativo, non solo le politiche di bilancio, ma anche gli andamenti della competitività di prezzo e dei costi del lavoro». Le riforme strutturali, ha ribadito Trichet, sono «cruciali» per aumentare il potenziale di crescita dell’economia europea.
La visione di Trichet, secondo la classica cultura macroeconomica tedesca ancora ben salda nell’istituto centrale di Francoforte oggi guidato da un francese, prevede però un elemento imprescindibile: la Bce mantiene un faro sempre acceso sui rischi inflattivi e conferma l’opinione diffusa sul mercato secondo cui il rialzo dei tassi, al 4,25%, avverrà probabilmente a settembre.