SuperMario, il bambino diventato un profeta

nostro inviato a Torino

Lo davano in panchina a guardare, ha giocato con l'intensità di uno scafato. Alla vigilia Josè lo aveva stuzzicato: «Sono contento di lui perché finalmente ha capito come ci si allena. Ma non è ancora un giocatore, chiudo un occhio perché è ancora giovane, ma se fra due anni dovesse essere ancora a questo livello ne rimarrei deluso». E allora le quotazioni di Cruz erano salite. Ma chi pensa di conoscere Josè Mourinho non può essersi confuso.
Solo un modo per tenere il ragazzo sull'asse di equilibrio, perché lui pensa sempre di essere quello che è, e nessuno può concedergli di sentirsi un fenomeno a diciotto anni. Mou deve fare un lavoro allucinante, per tenerlo basso sarebbe pronto a fare di tutto, i più maliziosi dicono che gli dia delle medicine di nascosto per indebolirlo.
Ma Supermario sta bruciando i campi, se va avanti così non gli rimarrà più niente.
Il carattere è lo specchio del suo talento, un colpo di tacco sulla riga di porta che solo a pensarlo bisogna aver studiato per anni, e non è finita lì: colpo di tacco indirizzato al compagno appostato, roba forte.
E così ridendo e scherzando Supermario è arrivato al diciannovesimo della ripresa, quando puntuale e libero come un'aquila è scivolato sul pallone che Muntari gli ha indirizzato a metà area. Dentro, 1-0. Il marchio è suo, mentre lo stadio lo saluta con cori razzisti e non capisce perché uno così esista con un colore della pelle diversa dalla sua. Gioca ancora mezz'ora, poi Josè lo toglie per manifesta superiorità, la Juve era già in dieci perché Tiago lo aveva scalciato. L'Inter resta a più dieci e Supermario è il suo profeta.