Al supermarket ne prendi tre al prezzo di 2,99 euro

Matthias Pfaender

All’inizio nel bancone surgelati si trovava solo la margherita, venduta a coppie e confezionata in scatole di cartone sgargianti che cercavano, celebrando la rapidità di cottura, di indurre una scettica massaia italiana a comprare una pizza al supermercato.
Si trattava di un esperimento, il primo tentativo di vendere nel circuito della grande distribuzione uno dei mostri sacri della tradizione culinaria italiana, fino ad allora rigorosamente relegata al forno a legna delle pizzerie. Fu un vero successo.
Negli anni il segmento industriale delle pizze surgelate si è moltiplicato, attirando nuovi competitori, migliorando la qualità del prodotto e sviluppando l’offerta per tipologia, dimensioni e prezzi. Oggigiorno ogni supermercato italiano riserva alle pizze precotte interi scaffali refrigerati, mettendo in bella mostra le ultime novità.
La classica margherita continua ad essere protagonista del settore, sebbene si sia differenziata in molti altri sottotipi: si va dalla margherita semplice, non di marca, venduta in confezione da tre al prezzo di 2euro e 99centesimi, alla margherita precotta in un vero forno a legna, farcita con mozzarella di bufala, pomodorini ciliegia e foglie di basilico, venduta singolarmente a 2euro e 49centesimi. Tra questi due estremi, una miriade di varietà di pizze capace di soddisfare ogni gusto e alla portata di ogni portafoglio.
Se alcune aziende per vendere i loro prodotti si affidano solo alla politica dei prezzi, molte altre puntano sulla qualità delle materie prime e su strategie di marketing incentrate nell’evocare la cultura partenopea. Non si contano, tra le etichette delle confezioni, i richiami a Napoli ed alla sua tradizione: pizza «Napoli», pizza «Bella Napoli», pizza del «Forno Pulcinella» e chi più ne ha più ne metta.
Negli anni novanta la pizza si è emancipata dall’etichetta di pasto completo, sconfinando nel settore degli snack, dando vita a decine di tipi di pizzette surgelate talmente piccole da essere cotte nel tostapane. Non mancano infine le variazioni a carattere regionale. Dalla Liguria alla Sicilia, passando per gli Stati Uniti, ad ogni area geografica è stato riconosciuto il diritto di dare il proprio nome ad una pizza. Così ecco spuntare la pizza al pesto, la cui confezione promette l’aroma del basilico delle Cinque Terre, la «pizza Usa», farcita all’inverosimile, e la «Siciliana», con capperi e olive nere.