Supermartedì, è giallo Obama: "Ho vinto io"

Tra i democratici conta praticamente alla pari l’ex first lady e il senatore dell’Illinois. A lei sono andati gli Stati più popolosi, a lui 13 successi. Ancora incerta la conta dei delegati. Repubblicani: McCain verso la nomination

Parla a braccio, parla col cuore e fa sognare. Non come Reagan, ma quasi. Barack Obama martedì notte si è presentato agli elettori, in un hotel di Chicago, sorridente, sicuro di sé, persino elegante. Il leggio sul podio era sgombero: sapeva che cosa dire. Tutto il contrario di Hillary Clinton che è fredda, antipatica e, chiaramente, non ama esprimersi di fronte alle grandi platee. Dunque non improvvisa mai; legge sempre i discorsi e di solito male, come l’altra notte a New York: scolastica e distaccata. Poi per compensare esagera nella gestualità e nei sorrisi, sguaiati e per nulla femminili.
«Questa è la notte degli Stati Uniti e voi siete pronti per un presidente che farà sentire la vostra voce, i vostri valori e i vostri sogni alla Casa Bianca», ha dichiarato, trionfante, Hillary a urne chiuse. «È arrivato il nostro momento e questo movimento è vivo, reale, il vento del cambiamento sta arrivando in America», ha risposto Barack, alquanto su di giri.

Ma chi ha vinto davvero tra i democratici l’attesissimo Supermartedì? Il senatore afroamericano ha conquistato 13 Stati, l’ex first lady otto, tra cui, però, i più popolosi come la California, New York e il New Jersey. Il successo in termini percentuali, tuttavia, è poco significativo: conta il numero dei delegati attribuito ad ogni candidato, ma le regole del partito democratico sono così complicate che ieri i media hanno finito per dare, letteralmente, i numeri: per l’Ap, il New York Times e la Cnn ha vinto la Clinton con un discreto margine, secondo l’Nbc era in testa Obama di un soffio. E il candidato afroamericano ancora in serata dichiarava di essere in testa nel numero di delegati.

Bisognerà attendere qualche giorno per conoscere il conteggio ufficiale, ma nel frattempo avranno votato gli elettori di Washington, del Nebraska e della Louisiana, che si recano alle urne dopodomani. Altro che risolutivo, il Supermartedì ha reso le primarie democratiche ancora più intense, incerte e combattute.

Sì, il vincitore morale è Obama, protagonista di una rimonta entusiasmante e, ancora una volta, non prevista dai sondaggi. Basta ascoltarlo per capire: è il candidato della rottura con una classe politica che promette molto e mantiene poco; è l’uomo che sa ridare speranza a un’America avvilita dalla crisi economica e dallo scandalo subprime; è il politico che rivendica una gestione etica del Paese senza scadere in un facile moralismo. Ce la farà? È possibile, ma dovrà ricomporre un elettorato democratico che da questa tornata esce diviso per sesso, razza, censo, livello di istruzione.
Hanno scelto Obama l’80 per cento dei neri e la maggior parte dei giovani, quelli della cosiddetta Generazione X. Il senatore afroamericano riesce a sfondare anche tra i bianchi adulti quarantenni, benestanti, laureati, che abitano nelle aree urbane. Insomma, piace sia ai poveri delle periferie sia ai miliardari dei quartieri chic. Inoltre è riuscito a intercettare la maggior parte dei sostenitori di John Edwards, l’avvocato liberal ritiratosi la settimana scorsa dalle primarie. Ma negli Stati più conservatori va male: a Oklahoma, ad esempio, solo il 28% dei bianchi lo ha preferito a Hillary e questo rischia di diventare un handicap nell’ipotesi di un duello presidenziale con McCain.

La Clinton invece va fortissimo tra le elettrici e tra gli ispanici e strappa crescenti consensi nella classe media ultracinquantenne; alla generazione del baby-boom che non ha più l’energia per sognare e che invoca una mano sicura per uscire al più presto dalla recessione. Il fattore S (speranza), contro il fattore E (esperienza); i neri da una parte, le donne dall’altra, con i bianchi divisi a metà: lo scontro tra Hillary e Barack è tutto qui.